Nan era china su mia madre, e la stava scuotendo. «Beth, svegliati! Michael è qui!»
Mia madre è uscita dal sonno e si è svegliata.
«Michael è qui fuori!» ha ripetuto Nan eccitata.
«Oh, Signore,» ha detto mia madre, alzandosi. «Oh, grazie a Dio.» Vicino alla porta si era formata una piccola folla, con davanti Jay, che ha preso il fucile accanto alla porta, e poi l'ha rimesso giù, gridando nell'oscurità: «Va bene, venite avanti! Te l'ho detto, Mike, qui è tutto a posto!»
È venuta una risposta soffocata. Jay ha imprecato per l'impotenza, e mia madre si è spinta fino alla soglia.
«Dice che non può essere sicuro che qui dentro siamo umani,» ha detto Jay. «Io mi sono fatto vedere da lui, per Dio! Michael e qualche altro sono là nella stalla. Ha mandato fuori una donna, parte di un gruppo col quale ha viaggiato, per dimostrare che anche loro sono umani. Dice che si fida solo di te, Beth.»
«Lasciami andare da lui!» ha detto mia madre avanzando attraverso la soglia.
«No, aspetta,» ha detto Jay preoccupato, prendendola per un braccio. «Sembra davvero sconvolto. Devono essersela passata brutta là fuori. Voglio solo essere sicuro...»
«Lascia che lo veda!» ha detto mia madre, liberandosi dalla stretta di Jay e uscendo dal silo, e dirigendosi verso le porte aperte della stalla.
«Michael!» ha chiamato. «Sono io! Sto arrivando!»
Jay e tutti noi ci siamo riversati fuori dalla porta dietro a lei. Io non vedevo nulla.
«Beth, non mi piace...» ha gridato Jay.
«Va tutto bene!» ha detto mia madre. «Michael!» ha chiamato ancora. «Sono io!»
Uno scheletro è uscito dall'ombra delle porte della stalla, imbracciando un fucile che ha alzato e puntato contro mia madre.
«Ciao, Beth,» ha detto.
«Michael è uno di loro!» ha urlato Jay.
Dietro lo scheletro è apparso un gruppo di umani, con le armi in pugno, guidati da Margaret Gray, che ha detto a Michael: «Sparale.»
Michael ha sparato, mia madre ha vacillato, ha gettato un urlo ed è caduta. Immediatamente Michael ha lasciato cadere il fucile ed è corso da mia madre. Si è chinato e l'ha presa tra le braccia. «Oh, Dio, Beth, non capisci? Questo è l'unico modo in cui potevamo essere di nuovo assieme.»
«Michael...» ha sospirato mia madre.
«Oh, Dio, Beth.»
Mia madre ha guardato verso di me, ha teso una mano. «Claire...» La mano è caduta, ed è rimasta immobile. Poi ha cominciato a trasformarsi.
«Sparate a tutti e due,» ha detto Margaret Gray.
Un uomo basso, grasso, calvo, con occhi cattivi si è fatto avanti, ha raccolto il fucile abbandonato da Michael e ha preso la mira.
Mia madre e Michael, entrambi scheletri, si sono alzati di fronte a Margaret Gray.
«Hai promesso!» ha detto Michael.
«Siete degli obbrobri,» ha detto Margaret Gray, facendo segno all'uomo basso. «Adesso.»
L'uomo basso e grasso ha sparato due volte.
Mia madre e Michael sono diventati polvere.
«Adesso uccidete tutti gli altri!» ha urlato Margaret Gray. «Ma non fate del male alla ragazza!»
Quelli che erano con lei hanno iniziato a sparare.
«Dannazione!» ha esclamato Jay. Si è ritirato verso la porta del silo ed è stato colpito mentre allungava la mano a prendere il fucile. È caduto. Nan mi ha afferrata e mi ha tirata dentro, ed è stata colpita anche lei. Gli altri, l'uomo, la donna, e le due ragazze, sono riusciti a rifugiarsi nel silo. L'uomo è stato abbattuto mentre cercava di recuperare il fucile di Jay. Le donne si sono rannicchiate vicino ai letti e sono rimaste a guardare, io mi sono addossata con le spalle alla parete del silo.
«Convertiteli,» ha detto Margaret Gray.
Quelli che stavano entrando nel silo hanno scaricato le loro armi sulla donna e le due ragazze.
«Polverizzateli,» ha detto Margaret Gray.
Mentre i corpi si trasformavano in scheletri ci sono stati altri spari, e gli scheletri si sono dissolti.
«Ciao, Claire,» ha detto Margaret Gray girandosi verso di me. «Non è stato difficile trovarti. Il nastro registrato dal marito della signora Garr è stato molto istruttivo, anche se mi ci è voluta un'ora per trovare l'agenda con l'indirizzo della fattoria. Non approvo quello che è successo alla povera Priscilla Ralston.» Mi si è avvicinata. La luce fanatica nei suoi occhi era anche più accentuata. «Ti ho sognata, Claire. Ti abbiamo sognata tutti. Ho sempre saputo che c'era qualcosa di... speciale in te.» D'un tratto ha levato le mani e gli occhi al cielo. «È stata consegnata a me!»
Le scariche della televisione si sono messe a crepitare, l'immagine si è schiarita e ha mostrato uno scheletro sottile seduto dietro una scrivania. Alle sue spalle c'era la bandiera americana.
«Signore e signori, il Presidente degli Stati Uniti,» ha annunciato una voce fuori campo.
Tutti si sono voltati a guardare.
Margaret Gray ha sorriso a labbra strette e ha detto: «Mi hanno internato a Withers per via delle mie convinzioni religiose, Claire. Per tutto questo tempo, da quando avevo sette anni, sapevo che sarebbe successo qualcosa del genere. Sapevo che sarei stata al centro di grandi imprese.» Si è stretta le mani, molto forte, e ho sentito sorgere in lei una rabbia violenta, che ha minacciato di esplodere, e poi si è acquietata. Quando ha parlato di nuovo, la sua voce era quasi gentile, e mi guardava come se fossi motivo di meraviglia. Mi sono sorpresa vedendo una lacrima formarlesi nell'angolo dell'occhio. «Avevo sette anni, quindici anni fa, e dicevano che ero pazza, perfino mia madre e mio padre...»
I suoi occhi mi lasciarono un momento, e poi si concentrarono di nuovo su di me con la stessa timorosa soggezione. Alla televisione uno scheletro con le magre fattezze spettrali di Abramo Lincoln stava parlando.
«Ho avuto una visione, Claire,» ha detto Margaret. «Che riguardava me e te.» Si è raddrizzata e mi ha indicato una sedia perché mi sedessi. Il suo sorriso è ritornato.
«Sentiamo cos'ha da dire il Presidente, prima di dedicarci a grandi cose, vuoi?»
CAPITOLO DECIMO
DALLA SECONDA VITA DI ABRAMO LINCOLN
1
«Cittadini degli Stati Uniti:
«Ancora una volta mi trovo davanti a voi per esporvi queste brevi e consuetudinarie osservazioni, e per presentare chiaramente ai vostri occhi il giuramento fatto dal Presidente, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, "prima che si disponga all'adempimento del proprio dovere".
«Sono passati centoventotto anni dall'ultima volta che sono comparso davanti a voi in questa veste, e ancora una volta l'Unione si trova in una crisi profonda.
«E ancora una volta stabilisco davanti a voi che quest'Unione non verrà infranta.
«L'attuale corso degli eventi, come nel passato conflitto, può condurre solo in due direzioni. O ci sarà la pace, o la pace sarà abrogata, e la guerra continuerà. Non esiste una via di mezzo.
«Ancora una volta la nazione è ferita, e tuttavia le ferite guariscono. Ancora una volta ci ritroviamo con un'istituzione, l'istituzione della prima vita, che minaccia di dilaniare l'Unione, e con essa le speranze e i sogni di tutto il suo popolo.
«La guerra è qui, e nessuno la vuole, ma nemmeno se ne andrà finché l'Unione rimarrà integra ed inviolata.
«Come ho detto nel mio ultimo discorso in un'occasione analoga, tanti anni fa, l'Onnipotente ha i suoi scopi. "Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!" Se supponiamo che la prima vita sia uno di quegli scandali che, nella Provvidenza di Dio, è inevitabile, ma che, avendo prosperato per il tempo da Lui stabilito, l'Onnipotente adesso vuole sopprimere; e che Egli ci dà questa guerra terribile, come guaio per coloro che hanno colpa dello scandalo; dobbiamo forse noi discernere in essa una deviazione da quei divini attributi che i credenti nel Dio vivente sempre Gli ascrivono? Come ho detto, allora, ardentemente speriamo - e ferventemente preghiamo - che questo prepotente flagello della guerra possa trascorrere in fretta. Ma se Dio vuole che continui, così sia. E sempre dobbiamo dire, "I castighi del Signore sono interamente meritati e giusti".
«Nessuno vuole la guerra; tutti vogliono la pace. Ma la pace potrà esserci solo quando accoglieremo l'ultimo dei nostri fratelli erranti in questa unione della seconda vita. Chiedo ai nostri cittadini umani di deporre le armi e aprirsi alla seconda vita, e sanare così le ferite della nazione.
«Le nazioni del mondo stanno combattendo le loro proprie battaglie all'interno di questa guerra. Sono tempi agitati. Pregherò stasera che ancora una volta, come tanti anni fa, otteniamo una pace duratura tra di noi, e così facendo, tra tutte le nazioni del mondo.»
2
Chiusi gli occhi e pregai Dio di aver detto le cose giuste. Come sempre, temevo che la mia voce fosse troppo debole, troppo acuta, che le mie parole fossero inefficaci.
Fu allora che Justice William Douglas, «L'uomo migliore che potevano trovare per quel compito,» come diceva il suo motto, mi fece prestare giuramento.
Tolsi la mano dalla Bibbia, e grazie a Dio, l'incombenza era stata assolta.
«Siete stato magnifico, signor Presidente,» mi disse Stanton, sorridendo raggiante.
Il cameraman, uscendo da dietro il suo gigantesco occhio elettronico, fece una smorfia.
«Non ho guardato dritto lì dentro, vero?» dissi con un sorriso.
Si agitò tutto e disse: «Certo che ha guardato dritto, signor Presidente. È stato... perfetto.»
«Fandonie. Ho guardato il foglio che stavo leggendo, proprio come mi avevate detto di non fare. Non vi preoccupate.» Mi alzai e gli battei sulla spalla.
Mary, rannicchiata in un angolo, sembrava che avesse pianto, e andai da lei. «Sei felice per me, mamma?» le chiesi abbracciandola.
«Felice!» sibilò spingendomi via.
«Era solo una battuta,» le dissi gentilmente. «So come ti senti. Anch'io mi sento così. Ma...»
«Ma niente, Abramo! Ti sei già reso utile una volta...» scoppiò in lacrime, lasciò l'Ufficio Ovale e non si voltò a guardarmi. «Ancora una volta, mi si spezzerà il cuore.»
Io la seguii tristemente con lo sguardo, ma la mia tristezza non durò a lungo. Eddie e Willie erano lì, e stavano devastando la mia scrivania, e giocando con l'apparecchio televisivo.
«Papà, guarda!» disse Willie, girando verso di me la lente.
Io portai le mani al volto fingendo sorpresa. «Oh, no! Ancora gli addetti stampa!»
«A proposito di addetti stampa...» disse Stanton, venendomi vicino.
«Lo so, lo so,» risposi. Sentivo il loro brusio nell'ufficio adiacente. Sapevo che avrei dovuto fronteggiare le loro penne - e telecamere - in qualsiasi momento. «Molti di loro non mi infastidiscono. Ma quella CNN...»
Billy Herndon era accanto a me. «Sono sotto controllo, signor Lincoln. Abbiamo promesso a Huey Long un posto ministeriale, forse Segretario del Tesoro.»
«Quel ladro!» sghignazzai.
Gli occhi di Herndon luccicavano. «Esattamente. Lo terrà tranquillo e occupato, e possiamo tenere d'occhio quanto ruba. In cambio ha passato la stazione a un uomo di nostra fiducia.»
«D'accordo.»
Diedi un'occhiata ansiosa a Eddie e Willie. Il cameraman stava cercando inutilmente di strappare loro di mano la sua attrezzatura. Poi Herndon e Stanton mi accompagnarono alla porta, e agli addetti stampa che mi aspettavano dietro a essa.
«Parleremo più tardi degli altri appuntamenti, signor Lincoln,» disse Billy.
I miei occhi erano ancora fissi su Eddie e Willie. Poi venni quasi spinto attraverso la porta, fra le braccia aperte del Quarto Stato e le sue luci accecanti.
Subito venne la prima domanda: «Signor Presidente, adesso che nel paese è tornata la stabilità, si aspetta che la guerra contro gli umani duri a lungo?»
«Durerà il tempo necessario...» risposi.
3
Più tardi, mentre sedevo da solo nel mio ufficio, al buio, in attesa del ritorno di Stanton e Herndon, mi sentii pervadere da un'intensa stanchezza. Ripensai al mio discorso. Ero certo che fosse inadeguato. Non avevo dubbi sul fatto di essere riuscito a farmi capire dalla nostra razza, ma mi ero sforzato di dimostrare all'altra parte la giustizia del mio pensiero. Se solo avessi potuto far capire loro che l'unica scelta logica da seguire era passare dalla nostra parte, a braccia aperte, come fratelli...
Ma dubitavo che avrebbero capito. Combattevano, proprio come noi, e sicuramente come noi vedevano la giustizia del loro pensiero.
Era questo che mi infastidita, ed era forse questo la radice della mia afflizione. Avevamo ragione? Sapevo che esisteva un'animosità di base in noi verso i primi viventi. Io stesso la sentivo, eppure non mi piaceva, come non mi piaceva la mia violenza radicata, portata così abilmente alla luce da Herndon e Stanton. Avevamo ragione? Poteva il semplice fatto di esistere esonerarci dall'avere torto?
La logica mi diceva che eravamo lì, e che così andava il mondo adesso, ma ciò era buono e giusto?
Non lo sapevo. Potevo solo seguire le direttive che mi ero imposto. E pregavo Dio che fossero quelle giuste. Perché nel mio cuore sapevo che avremmo vinto, avremmo estinto il genere umano dalla terra...
Mi girai sulla poltrona e guardai fuori dalla finestra i prati e le luci di Washington. Pensavo a quanto diverso, e per parecchi aspetti quanto più meraviglioso, fosse quel mondo da quello che avevo conosciuto.
Le luci si accesero nella stanza. Mi girai di scatto, distendendo la mia lunga ossatura per alzarmi dalla poltrona, alla vista di un vecchio amico che avanzava nella stanza, fumando un sigaro e sorridendo tra la barba.
«Grant!»
«Sì, signore,» disse Ulisse Grant, stringendomi la mano. Stanton entrò dietro di lui sorridendo.
«Pensavamo che foste morto in Ohio!» dissi a Grant.
«Lo ero, per così dire. Ma no, dopo che sono... risorto, io, ehm, ho avuto qualche problema a riprendermi.» Ha fatto il gesto di alzare un bicchiere e ha sorriso.
Stanton si mise a ridere.
«Li abbiamo avuti tutti, dei problemi, eccome!» dissi io. «Beh,» disse Grant, «secondo i miei calcoli, mi sono fatto una bevuta di quindici giorni. Non l'ho mai fatto prima, né fuori né sul campo di battaglia.»
«Ricordate quando ho ricevuto delle lamentele perché bevevate, e ho risposto di scoprire quale fosse la vostra marca, e di farne consegnare dei barili a tutti i miei generali?» Ridemmo tutti. «Dio mio, vi siete persino seduto nella mia poltrona,» dissi ancora, ricordando all'improvviso.
Grant fece un gesto con la mano. «Non sono tornato per quello, signor Presidente. È già stata una brutta esperienza quella prima volta.»
«Ulisse vorrebbe riprendere il comando,» disse Stanton.
Grant aspirò alcune brevi boccate dal suo sigaro. «Credo che possiamo vincere questa guerra in fretta.»
Non ero sorpreso, ma finsi di essere impressionato. «Eccellente! Da quanto mi dice il Segretario Stanton, gli eserciti federali sono nello scompiglio a sud-est e a ovest. Con...»
«Sherman è già nel sud, signor Presidente,» disse Grant, «e Phil Sheridan è su un aereo dell'esercito diretto a ovest, mentre stiamo parlando. Qualcuno della nostra razza in California ha cercato di formare una piccola nazione personale. La chiamano la Nuova Federazione. Non durerà a lungo.» Fece una pausa. «Mi hanno detto che siete informato che Dwight Eisenhower comanda le nuove Forze Alleate. Visti i suoi precedenti pensiamo che sarebbe un eccellente coordinatore della campagna con gli alleati d'oltremare. Questo non è lo stesso mondo che conoscevamo, signor Presidente.»
«È vero. E anche Eisenhower si è seduto dietro questa scrivania...»
Grant continuò. «Gli eserciti nazionali saranno pronti tra una settimana. La Guardia Nazionale ha stabilizzato gran parte delle aree civili...»
«New York?»
«New York è una gran confusione, a voler essere clementi. Philadelphia, Chicago e Boston sono state gravemente danneggiate. Nel sud Atlanta è di nuovo in fiamme, solo che stavolta non siamo stati noi, signor Presidente. Gli umani hanno dato fuoco alla città quando sono scappati. Gli uomini di Sherman stanno restaurando l'ordine.»
«Dio, che ironia,» dissi. «Se solo i primi viventi si lasciassero convenire...»
Di nuovo quella vaga sensazione di errore, di una pecca nel mio ragionamento, che rischiava di precipitarmi nella disperazione.
«Ma signor Presidente,» disse Stanton vivacemente, «abbiamo tutte le ragioni di credere che la guerra non sarà lunga. Quasi tutte le maggiori nazioni del mondo si sono stabilizzate, e sono ora in pieno movimento contro la popolazione umana. La Cina ne sta convertendo a migliaia ogni giorno, la Russia - l'Unione Sovietica, come la chiamano adesso - sta facendo passi da gigante. E dovete ricordare che ogni umano che viene convertito è un soldato che si aggiunge alle nostre truppe.»
«Sì...»
«Crediamo che in pochi mesi, sei al massimo, il lavoro sarà concluso. Ci sarà un ordine stabile in tutto il mondo, e potremo dedicarci ad altre questioni.»
«Un mondo senza guerra?»
«Se non quello,» interloquì Stanton, «allora un mondo che ricomincia da capo. La nostra nazione uscirà da questo conflitto in una posizione di forza, signor Presidente.»
«Sì, suppongo di sì.» Rivolsi loro un sorriso tirato. «Questo mi ricorda la storia dell'opossum che è scappato sull'albero. L'avete mai sentita?»
Sia Grant che Stanton mi guardarono con indulgenza. «Non credo proprio, signor Presidente,» disse Grant.
«C'era questo opossum, la cui estremità posteriore era stata colpita dal fulmine. Sapeva che se fosse stato colpito ancora sarebbe stato un opossum morto. Allora è scappato su un albero, pensando che lì sarebbe stato al sicuro. Soltanto che poi quell'albero è stato colpito dal fulmine, e l'opossum è caduto giù, ed è rimasto ucciso lo stesso.» Sospirai. «Io mi sento come quell'opossum, signori. Credo che tutti dovremmo sentirci così.»
«Cosa volete dire con questo, signor Presidente?» chiese Stanton.
«Ho paura, signor Stanton,» dissi, «che noi siamo più umani adesso di quanto lo siamo mai stati. E che la vera pace è qualcosa che non potremo mai trovare in questo mondo.»
Sapevo di essere stato opprimente, così alzai gli occhi e sorrisi. Mi mossi con la mia estremità posteriore sulla poltrona, e sollevai la gamba sul bracciolo per stare più comodo. «Ma ad ogni modo, un colpo di fulmine alla volta, eh, signori?»
4
Nel corso delle poche settimane successive le cose andarono decisamente bene. Ebbi alcune conversazioni entusiasmanti con leader stranieri al telefono, uomini come Xeng Lo Pin, il dominatore cinese dell'ottavo secolo che era emerso al comando del paese. Era un uomo notevole, uno dei pochi della sua epoca a prosperare e adattarsi all'età moderna. Conosceva anche alcune storielle sporche.
I nostri tanti eserciti divennero uno, e sotto l'amministrazione di Grant smisero di attaccar briga per un nonnulla e si dedicarono a tempo pieno a convertire gli umani in secondi viventi. Ci fu una grossa battaglia in Illinois, dove la nostra Quarta Divisione, agli ordini di George Custer, sconfisse e convertì diecimila umani guidati dal Generale Norman Schwarzkopf. Quando Schwarzkopf venne catturato e convertito, assunse immediatamente il comando al posto di Custer, che era riuscito a farsi circondare e distruggere da un gruppo di umani disperatamente nobili che l'avevano assediato. La comicità della faccenda mi fece rabbrividire.
Ero obbligato ad apparire in televisione con sgradevole regolarità, e arrivai a considerare l'onere un male necessario. La comunicazione televisiva era stata ripristinata in quasi tutto il paese. Sembrava dare forza alla gente, vedere il loro Presidente in quelle piccole scatole, che parlava loro direttamente. Scoprii di avere poco da dire, come al solito, ma a quanto pare era sufficiente. Un altro rivoltante sviluppo moderno, l'indagine di opinione, mi dimostrò che avevo ciò che mi venne detto essere uno stupefacente indice di ascolto. Non mi sono mai preoccupato di scoprire cosa significasse esattamente, ma mi fidai della parola di Billy Herndon che diceva trattarsi di una buona cosa.
Ancora una volta il potere industriale degli Stati Uniti, e stavolta tutti gli Stati Uniti, nord e sud, fu un fattore decisivo nel progredire della guerra. Gli Americani erano proprio bravi a costruire cose, specialmente cose con cui uccidere gli altri. Ogni soldato del nostro esercito aveva due pistole e più proiettili di quanti gli o le servissero. Ma tutto questo potere veniva messo al servizio di una buona causa.
Purtroppo Mary divenne un grosso problema. Era sempre sensibile ai miei umori neri, e sembrava nutrirsene, diventando addirittura più apprensiva che in passato. A volte si rifiutava di vedermi per giorni interi, ed era terribile con i domestici della Casa Bianca. C'erano diverse lamentele per il suo comportamento. Non riusciva nemmeno a concentrarsi nell'organizzare la Casa Bianca nel modo che più le piaceva. Capitava che si chiudesse a chiave in camera a piangere, a volte a gridare. Persino i ragazzi cominciarono ad avere paura di lei. La faccenda si fece così grave che un giorno dovetti prenderla al mio fianco, e tenercela con un braccio, e indicarle dalla finestra del mio ufficio una costruzione poco lontana.
«Vedi quel posto, mamma? Ti ricordi cosa ti ho detto una volta, la prima volta che siamo stati qui? Che è un manicomio, e temo che se non migliori dovremo mandarti là dentro.»
Lei mi guardò con quei suoi luccicanti occhi spaventati. «Allora non l'hai ancora saputo? Non sai che ho finito la mia vita in un posto come quello!»
«Mamma...»
«Ti avevo avvertito, Abramo! Ti avevo detto che tutto ciò che volevo in questa nuova vita era che tu restassi con me e i ragazzi! Ti sei già dato una volta alla Nazione!» Le sue urla diventarono strilli acuti. «Perché devi lasciare che ti abbiano ancora!»
«Mamma, ci sono cose che sfuggono al nostro controllo...»
«Non c'è niente per me in questa vita! Credevo di essermi svegliata in paradiso, e questo è l'inferno!»
«Mary, hai i ragazzi.»
«Non ho niente!Non capisci che niente di tutto questo è giusto! Questo non è il paradiso! Voglio tornare a casa, a Springfield, oppure sottoterra, oh, Abramo...»
Nascose il volto contro la mia spalla e pianse. «Non posso restare in un mondo come questo...»
La consolai, e la strinsi, e tentai di ricordare la ragazza che avevo corteggiato, il cui volto avevo rivisto dopo che entrambi eravamo risorti dalla tomba. «Mary, cara...»
Quella notte si tolse la vita, nella sua stanza, da sola, piantandosi un coltello nel petto. Lasciò un biglietto sigillato, che lessi soltanto io:
Addio, papà, e miei cari ragazzi. So che è egoista da parte mia, ma non sopporto di perdervi ancora. Perciò torno da dove siamo venuti. Spero, finalmente, di trovare il paradiso.
5
Fu allora che quasi persi la speranza. Una depressione più nera di quelle conosciute in passato si abbatté su di me. Non era solo la perdita di Mary, profonda come nient'altro al mondo. Lei si era portata via la parte di me che credeva giusto quello che stavo facendo.
Al suo funerale, un affare di stato presenziato dalla miriade di politici che adesso popolava il Congresso e il gabinetto, e dai ministri dei vari paesi del mondo, io restai seduto in un silenzio assoluto. Tad, Eddie, Willie, e Robert erano seduti accanto a me. Mi sentivo morto, come se l'avessi raggiunta nella tomba. Le sue ultime parole scritte continuavano ad attraversarmi la mente, dirette e veritiere come se fossero state scritte da me stesso: Torno da dove siamo venuti. Spero, finalmente, di trovare il paradiso.
Da dove siamo venuti? Dove siamo stati, tutti noi che siamo qui adesso in questa cattedrale, tutti noi che cerchiamo di cancellare il genere umano dalla faccia della terra, prima di risorgere? Perché siamo tornati? Abbiamo davvero il diritto di prendere possesso del mondo?
Improvvisamente la parte più grande di me voleva essere con lei, in qualsiasi luogo fosse ritornata.
Non accompagnai a Springfield i suoi resti, la polvere raccolta in un'urna d'argento. Ci venne portata in aereo, e Robert andò ad assicurarsi che venisse messa a riposare nel luogo originario. Ai presenti dicemmo che le impellenti necessità della repubblica mi costringevano a Washington. Ma coloro che mi erano più vicini, in particolare Billy Herndon, sapevano che se fossi tornato laggiù avrei potuto cercare di rientrare anch'io nella mia tomba.
Nel corso delle settimane seguenti presi l'abitudine di restare seduto nel mio ufficio con le luci basse, a guardare fuori dalla finestra, firmando automaticamente qualsiasi documento mi passasse sulla scrivania. Mangiavo di rado, comunque più di quanto avessi mai fatto, senza gustare il cibo, senza vedere né parlare con nessuno a meno che non fosse assolutamente indispensabile. Divenni così poco socievole che un giorno Billy Herndon entrò e chiuse la porta.
«Signor Lincoln,» disse, «non potete continuare così. State cominciando a contagiare tutti coloro che vi stanno attorno. Presto contagerete il paese.»
Alzai lentamente lo sguardo dalla scrivania, e abbozzai un sorriso stanco. «Nemmeno tu sembri così gagliardo, Billy. Per caso ti sei aggregato alla lega antialcolica del Generale Grant?»
«Signor Lincoln,» disse, «le cose stanno andando molto bene. Siamo quasi al punto in cui possiamo chiamarlo un lavoro di rifinitura. Il Generale Eisenhower riferisce che oltremare va addirittura meglio. L'Europa ha quasi ottenuto una vittoria totale. Alcuni dei paesi più piccoli, come la Romania, la Turchia e la Grecia, hanno già dichiarato il cento per cento delle conversioni. Dubito che presto ci saranno ancora degli umani.»
«Sì...» Emisi un profondo sospiro e lo guardai. «Ma tu, Billy, pensi che stiamo facendo la cosa giusta?»
Era sorpreso. «Certo, signor Lincoln! Ne abbiamo parlato cento volte. Voi stesso mi avete detto che avete guardato in fondo alla vostra anima, per vedere chi foste, e avete visto che secondo la nostra natura stavamo facendo la cosa giusta.»
«Ma la nostra natura è corretta,Billy?»
Mi rivolse un'occhiata perplessa. «Signor Lincoln, non capisco...»
«Hai sentito il mio terzo discorso inaugurale, Billy. Mi hai sentito citare le Scritture: "Guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo." Supponi che l'umanità non sia lo scandalo, ma che lo siamo noi,invece?»
«Signor Lincoln...»
«Ascoltami fino in fondo, Billy. Se, per amor di discussione, noi siamo lo scandalo...» Osservai il foglio che avevo davanti, una copia del mio discorso, e lessi: «...che, nella provvidenza di Dio, è inevitabile, ma che, avendo prosperato per il tempo da Lui stabilito, l'Onnipotente adesso vuole sopprimere.»
Alzai lo sguardo su Billy, che mi fissò. «Signor Lincoln, questo è assurdo. Questo è...»
«E se fosse vero, Billy? Se io - se tutti noi - avessimo capito al contrario?»
Billy aveva perso ogni traccia dei postumi della sbornia. «Signor Lincoln, non potete negare la nostra natura. Noi possiamo solo agire secondo la nostra natura!»
«È vero, è vero. E fin qui, c'è della giustizia.» Sentii un po' della mia vecchia forza, una nuova specie di rabbia, riversarsi dentro di me. «Ma se la nostra causa, che a noi sembra così giusta, non lo è affatto nello schema più grande?» Ho tirato fuori un altro foglio da sotto al primo, una copia del mio secondo discorso inaugurale. «Con malanimo verso nessuno,» lessi, «con carità per tutti; con fermezza nel giusto, poiché Dio ci concede di vedere il giusto, compiamo uno sforzo per terminare il lavoro che abbiamo intrapreso.»
Guardai Billy. Temo di averlo spaventato con la violenza da Vecchio Testamento delle mie parole: «Non provi malanimo verso nessuno, Billy? Provi carità per tutti?»
«Signor Lincoln, secondo la nostra natura... Come avete detto, "con fermezza nel giusto", poiché Dio ci concede di vedere il giusto...»
«Ma se la tua natura è sbagliata,cosa succede? Cosa succede se non proviene da Dio?» Picchiai rabbiosamente un pugno sul tavolo. «Io semplicemente non so perché siamo qui!»
Billy rimase un momento senza parole. «Signor Lincoln...»
«Io non so se veniamo da Dio! Io disprezzo questa rabbia dentro di me, Billy, quest'odio verso il genere umano. Disprezzo la rabbia che sento verso gli appartenenti alla nostra razza che non si piegano alla nostra volontà! Ho ucciso John Wilkes Booth con le mie mani, perché sentivo che dovevo farlo, ma mi disprezzo per averlo fatto! Io so cosa sono, conosco la mia natura fin nel profondo dell'anima, e non mi piace!»
«Signor Lincoln,» disse Billy, «Non vorrete...»
Riuscii a sorridere debolmente. «No, Billy, non posso. Forse sono melanconico, ma non sono uno sciocco. Abbiamo del lavoro da fare. Non intendo proporre di saltare giù nel mezzo della corsa.»
«Sì, signor Lincoln.»
«La cosa che davvero mi sconcerta e mi inquieta, Billy, la cosa che la povera Mary mi ha fatto guardare per la primissima volta, è che se siamo tornati sulla terra, da dove siamo venuti?» Lo guardai in faccia. «E chi ci ha mandati qui, Billy? Tutto quello che voglio è un segno...»
A quel punto mi lasciò, a meditare tristemente nel buio, con la sola compagnia dei miei pensieri.
6
Una settimana più tardi altre brutte notizie. La campagna orientale di Grant era andata brillantemente, all'inizio. In men che non si dica gli stati dell'Atlantico erano saldamente in mani federali. Poi Grant si era diretto all'interno, dapprima con risultati simili. Ma per destino o per intenzione, aveva formato una tenaglia attorno a un'imponente forza umana in Pennsylvania, costringendola verso Gettysburg per il confronto finale. Per telefono avevo tentato di convincerlo a combattere dove si trovava e di evitare Gettysburg ad ogni costo.
Da quel momento le sue comunicazioni dal fronte divennero ingarbugliate. Ero certo che aveva ripreso a bere, e che adesso stava gozzovigliando persino nel calore della battaglia. Ma Grant protestava di voler combattere su terreno familiare.
«Meade ha trovato qui la sua gloria; adesso lasciate che io abbia la mia!»
Il terreno familiare, naturalmente, familiare non lo era più, e le nostre forze vennero sbaragliate da un contingente umano determinato e con armi moderne. Mentre era ubriaco Grant aveva ordinato che venissero usati i moschetti, e mi venne riferito in seguito che aveva provato a far caricare e sparare i cannoni della località storica di Gettysburg, che non erano stati usati dal 1863, con miserevoli risultati. La sua ultima telefonata mi giunse da un posto che Grant mi descrisse come il negozio dei regali. Potevo praticamente sentire l'odore d'alcol del suo alito mentre parlava.
«Non sta per niente andando come previsto, signor Presidente,» mi disse.
«Generale, devo dire che non sono sorpreso.»
«Ci sono dei tavoli da pic-nic,adesso, dove una volta c'erano i picchetti! Come fa un uomo a combattere in questo modo!»
«Generale Grant...»
«Stanno caricando, signor Presidente! E hanno degli elicotteri!»
Sentii il rumore del mitragliamento, e Grant che bestemmiava.
«Ho fatto in modo che aveste a disposizione armamenti simili, Generale Grant,» dissi con voce pacata.
«Dannate scempiaggini! Sherman arriverà presto, signor Presidente?»
«Sherman è nel sud, e ci resterà, Generale. Vi è stata fornita ogni cosa necessaria a proteggere la vostra zona. Se...» Mi ricordai del grande combattente che era stato, e addolcii il tono. «Generale, forse dovremmo parlare di un cambio di comando...»
In quell'istante Grant pronunciò un'altra bestemmia. «Dannazione McClellan, portami un'altra bottiglia! E...»
Fu tutto quello che sentii. In seguito mi dissero che un cecchino aveva colpito il generale mentre parlava al telefono, e che un momento dopo era scomparso.
A Gettysburg gli umani ebbero la meglio, e occuparono la zona per le successive settantadue ore, finché anche McClellan venne sconfitto, e un ufficiale di infimo rango, che aveva cercato di nascondersi in mezzo all'esercito di Grant, venne promosso, non appena fu scoperto, a ufficiale di grado e brigadiere generale nell'esercito degli Stati Uniti d'America.
Fu allora che mi recai a Gettysburg per pronunciare un breve discorso e conoscere il mio nuovo, e fin troppo modesto, comandante dell'esercito, Robert E. Lee.
7
Se è mai esistito un uomo più melanconico di me, quell'uomo è Robert E. Lee. Ammetto di aver sentito una comunione istantanea con lui. Ci incontrammo nel suo temporaneo quartier generale, su una cresta che sovrastava i luoghi storici. Gettysburg, almeno, non era cambiata eccessivamente in tutti quegli anni. I molti buchi profondi da dove i morti sepolti erano risorti al loro stato attuale simulavano con portentosa accuratezza i crateri dei cannoni che avevo visto durante il mio ultimo viaggio in quella città.
«La battaglia sarà vinta prima della fine del giorno,» disse Lee tristemente.
«Non ho dubbi sulle vostre capacità, Generale,» dissi io.
Indicò un punto verso est, in una vallata. Era circondato dalle carcasse metalliche dei carri armati distrutti e degli aerei abbattuti. Non riuscivo a distinguere i soldati individualmente, ma mi rendevo conto della loro esiguità numerica.
«Questo è ciò che è rimasto in tutta la parte orientale del paese. Ci sono in corso delle perquisizioni di casa in casa, ormai per lo più nelle campagne. Le città sono epurate.» Indicò gli angoli attorno alla vallata. «Sono circondati su quattro lati. Mi sembrano circa duemila. Ho mandato loro le condizioni di resa, ma» - ha sorriso con aria cupa - «mi hanno risposto di andare all'inferno.»
«Sono uomini in gamba. Non c'è... un modo di risolverlo in fretta?»
«C'è mai un modo?» disse Lee. «Abbiamo pensato al gas...»
Io scossi la testa. «Quello non va bene. Conoscete i miei sentimenti al riguardo, e riguardo tutto le altre terribili armi in nostro possesso. Quegli aggeggi nucleari...»
«Sono... male,» disse Lee.
«Sì, è tutto male, certo.»
«Ma ci sono diversi gradi di male, non siete d'accordo, signor Presidente?»
I nostri sguardi si incrociarono. «Anche voi ne siete infastidito, vero, Generale? Da tutto quanto, voglio dire.»
«Sì, lo sono, signore. Ma non c'è un altro modo, vero?»
«No Generale, non c'è.»
«Allora cerchiamo di sbrigarci.» I suoi occhi azzurri erano stanchi ma decisi quando ci stringemmo la mano e ci separammo.
Il mio discorso era programmato per l'ora seguente. Su un foglio avevo buttato giù alcuni appunti, ai quali avevo lavorato durante il viaggio in aereo per venire in Pennsylvania. Ma non ne ero ancora soddisfatto. Il Generale Lee era stato tanto gentile da fornirmi uno sgabello da campo e un tavolino perché potessi lavorarci sopra mentre l'ora si avvicinava. Mentre ero seduto lì apparve un soldato, che stette in silenzio e sull'attenti finché lo notai.
«Posso aiutarti, figliolo?» gli chiesi alzando lo sguardo.
Le fattezze spettrali che gli avvolgevano lo scheletro erano incredibilmente giovani. Aveva circa diciassette anni, capelli un po' lunghi e arruffati, e l'aspetto estenuato dalla battaglia. Portava un fucile M-16 nuovo, ma sembrava che si sarebbe trovato più a suo agio con un moschetto.
Il giovane mi salutò. «Signore, il Generale Lee pensava che dovessi parlarvi.»
«Avanti, figliolo,» dissi. Per la prima volta da settimane sentii un sincero sorriso di calore distendersi sui miei lineamenti.
«È solo che...»
«Non essere impacciato. È ovvio che hai la pancia piena di parole, e se non le tiri fuori ho paura che brontoleranno nello stomaco per sempre.»
«Sì, signore,» ha detto innervosito.
«Mi ricorda,» dissi, «la storia dell'uomo sul tronco rotolante. L'hai mai sentita?»
«Signore?»
«Dice così. C'erano una volta dei taglialegna che tagliarono un grosso albero e lo misero in mezzo al fiume. Uno dopo l'altro salirono su quel tronco, ma continuavano a cadere giù. Poi uno di loro salì sul tronco, cominciò a farlo rotolare, e riuscì a stare in equilibrio e a camminare allo stesso tempo.»
Il soldato sembrava confuso.
«Fai rotolare il tuo tronco, figliolo!» dissi ridendo.
«Umm, è solo questo, signore. Io sono stato sepolto laggiù.» Indicò un punto vicino al fondo della valle dove aspettavano i nostri nemici. «Io ero qui nel 1863, durante la guerra.»
«Capisco...»
«E io volevo soltanto dire, signor Presidente, che quello che avevate detto la prima volta qui era vero.»
«E cosa avevo detto?»
Trasse di tasca una strisciolina di carta e la spiegò. Cercò per un attimo, poi lesse: «Che noi qui prendiamo la ferma risoluzione che tutti questi morti non siano morti invano; che questa nazione, devota a Dio, possa rinascere nella libertà; e che il governo del popolo, dal popolo e per il popolo non scomparirà dalla terra.»
Mi guardò, e lo ammetto, avevo gli occhi pieni di lacrime.
«È solo che...»
«Avanti, figliolo,» lo incitai.
«Io non sono morto invano, signore,» disse. «E noi tutti sentiamo che state facendo la cosa giusta per ognuno.»
Mi alzai e gli strinsi la mano. Avevo ancora le lacrime agli occhi. «Grazie, figliolo,» dissi.
Pronunciai il mio breve discorso, dimenticandomi delle parole che avevo scritto durante il viaggio in aereo. Riferii invece il breve incontro avuto con quel soldato, di cui non sapevo nemmeno il nome.
Poi ritornai a Washington, sollevato da alcuni miei dubbi. Appresi sull'aereo che Lee aveva vinto, cancellando l'ultima resistenza degli umani nella parte orientale degli Stati Uniti.
Appresi anche che c'era stato un colpo di stato a Washington, e che adesso uno degli ex presidenti occupava la Casa Bianca.
8
Stanton mi accolse all'aeroporto, con un contingente ben armato.
«È finita,» disse. «Abbiamo l'uomo sotto custodia. Il tutto è durato meno di un'ora. C'erano degli altri con lui, e li abbiamo presi tutti.» Stanton fece una pausa. «Comunque...»
«Sì?» dissi, sentendo che qualcosa era andato storto.
«Temo che nell'attentato abbiamo perso Robert e Tad. Anche Billy Herndon. Riteniamo che dovrebbero essere sepolti qui a Washington. Un viaggio fino a Springfield sarebbe troppo pericoloso per voi in questo momento.»
«Eddie e Willie?» chiesi.
«Salvi. Pensiamo davvero che si sia trattato di un incidente isolato, e l'ultima minaccia alla vostra amministrazione. Le indagini rivelano una travolgente approvazione...»
«Al diavolo le indagini!» gridai. «Dov'è quell'uomo?»
Stanton sbatté le palpebre. «Beh, lo stiamo trattenendo nel seminterrato, nella sala delle conferenze della sicurezza nazionale. Verrà...»
«Voglio vederlo, adesso!»
«Ma signor Presidente, c'è un incontro molto importante...»
«Adesso!»
Si inchinò di fronte alla mia ira. Il breve viaggio in elicottero fino alla Casa Bianca fu silenzioso. Scesi da quella macchina appena toccò terra e mi diressi a passo di marcia verso la fila di ascensori che portavano agli uffici nel seminterrato, precedendo di un passo Stanton e il Servizio Segreto.
Li bloccai davanti all'ascensore. «Vado giù da solo,» dissi.
«Signor Presidente, c'è un visitatore estremamente importante nel vostro ufficio, credo davvero che...»
«Può aspettare!»
Le porte dell'ascensore si chiusero, e cominciai a scendere.
Due guardie dei fanti di marina fecero il saluto militare appena le porte si aprirono toccando il fondo. Dietro di loro, in fondo al lungo tavolo delle conferenze, era seduto un uomo legato.
«Fuori,» dissi.
«Signor Presidente, abbiamo ordine...»
«Questo è un ordine diretto del comandante in capo! Fuori!»
Salutarono ancora e salirono sull'ascensore. Guardai le porte chiudersi, e mi accertai che l'ascensore partisse. Mi rivolsi all'uomo seduto in fondo al tavolo delle conferenze, che mi osservava con occhi mobili sotto la fronte spaziosa.
«Perché l'avete fatto?» chiesi. «Non capite che questo non ha niente a che fare col potere? Qui c'è in gioco tutto il nostro futuro, nel bene o nel male. Questo non significa niente per voi?»
Mi guardò, con occhi guizzanti, la mandibola che pendeva rilassata mentre parlava. «Dunque,» disse, «Lasciatemi mettere perfettamente in chiaro una cosa. In Cina non me l'avrebbero permesso. E Haldernan mi ha assicurato - assicurato,badate - che tutto si sarebbe svolto senza un intoppo. "Meta," disse, "meta definitiva". Certo, si è sbagliato altre volte...»
Fu tutto quello che gli lasciai dire. Poco tempo dopo salii con l'ascensore e dissi alle due guardie in attesa che nella sala delle conferenze della Sicurezza Nazionale c'era bisogno di uno straccio per la polvere.
9
Grazie alle mie letture, l'uomo che mi aspettava nell'Ufficio Ovale mi era familiare. Era una figura del ventesimo secolo, ma avevo letto tanto di tante figure del ventesimo secolo che davvero non mi ricordavo chi fosse.
Non era ben vestito, ma aveva molta considerazione per la sua pipa, e il sorriso addolorato sotto il grigio cespuglio arruffato dei capelli me lo fece piacere immediatamente.
«Signor Presidente,» disse Stanton, «vi presento il signor Albert Einstein.»
«Naturalmente!» dissi. «Lo scienziato!»
Einstein annuì umilmente. «È un grande piacere conoscerla,» disse accettando la mia mano.
«Il dottor Einstein ha delle notizie per noi,» disse Stanton.
«Oh?»
«Notizie enigmatiche, temo, signor Presidente,» disse col suo accento tedesco.
Guardai Stanton per avere un accenno, ma era immobile, con l'attenzione concentrata sul signor Einstein.
«Sapete, sono già stato qui una volta,» disse Einstein, «per vedere un altro presidente, Franklin Roosevelt. Non è stato un incontro felice, purtroppo. Allora lo sollecitai ad accelerare i tempi di sviluppo di quella che divenne la bomba atomica.»
«Sì...» dissi, d'un tratto assalito dal timore che Einstein fosse lì per propormi qualche nuova arma ancora più terribile.
Einstein, sentendo la mia preoccupazione, sorrise. «Lasci che la tranquillizzi, signor Presidente, che non sono qui per un motivo analogo. Credo che abbiamo tutte le armi che ci servono in questo momento, grazie.»
«Sono assolutamente d'accordo.»
«Ma sono qui con un grosso enigma. Vede, gli enigmi mi hanno sempre interessato, per esempio, il modo in cui sta assieme l'universo. Devo ammettere che questo enigma può essere persino più complesso.» Mi guardò. «Si è chiesto perché siamo qui, signor Presidente? Perché siamo... tornati?»
«Non ho pensato quasi a nient'altro che a questo, signor Einstein.»
Annuì, si infilò la pipa in bocca, e la tolse di nuovo. «Vorrei davvero aver portato una lavagna.»
Presi un foglio di carta dalla mia scrivania e glielo porsi con una penna.
«Grazie.»
Iniziò a disegnare sulla carta, una approssimativa rappresentazione di quello che mi parve essere il nostro sole, col nostro pianeta e la luna in orbita attorno ad esso.
«Questo, ovviamente, siamo noi,» disse indicando la terra. Fece un movimento circolare attorno al sole. «E questo, con gli altri pianeti, è il nostro sistema solare. E tutto il nostro sistema solare si muove attraverso lo spazio, attorno al cuore della nostra galassia, che noi chiamiamo la Via Lattea.»
Mi guardò. «Capisco queste cose, signor Einstein.»
«Bene.» Sorrise. «Mi rendo conto che ai suoi tempi molto di questo argomento era sconosciuto. Ma ogni tempo ha le sue incognite, è questo il bello della natura, eh?»
Annuii, e sorrisi con lui.
Riprese a disegnare in un altro angolo del foglio, tracciando un oggetto a forma di vortice e poi un cerchietto su un lato di questo, a circa due terzi della distanza dal centro. Poi disegnò una freccia dal cerchietto allo schizzo del nostro sistema solare. Indicò il vortice. «Allora, questa è la Via Lattea, e questo,» continuò, seguendo a ritroso la freccia dal nostro sistema solare al cerchietto, «è il posto del nostro sistema solare nella Via Lattea.»
Girò su di me la testa cespugliosa per assicurarsi che capissi, e io confermai, grattandomi il mento.
«Sembra che siamo delle rape molto piccole in un grande giardino,» dissi.
Rise. «Rape davvero molto piccole. Ci sono miliardi di miliardi di galassie proprio come la nostra Via Lattea, se vuole che le rape diventino ancora più piccole!»
«Ha!» dissi. «Mio Dio, signor Einstein, riesco appena a farmi entrare in testa queste cose. Come fate a pensare così in grande? Non vi siete mai sentito come l'uomo vestito di un barile che passava tanto tempo a pensare da dimenticarsi dov'erano i suoi vestiti? E che disse, "Se non fossi stato così intelligente, non sarei così nudo."?»
Einstein rise e si diede un'occhiata. «Per cominciare non sono tanto bravo a vestirmi, signor Lincoln. Ed è vero che spesso non abbiamo bisogno di pensare a queste cose per vivere una vita normale.» I suoi modi si fecero severi. «Ma temo che in questo frangente sia necessario.»
Fissai il suo diagramma, cercando di comprenderne l'immensità. «Continuate, signore.»
Einstein schizzò una fascia nebulosa che attraversava la Via Lattea, partendo dal centro fino a una delle estremità, passando dal cerchietto che rappresentava il nostro sistema solare.
«Questa,» disse indicando la fascia, «è la nube nella quale ci troviamo attualmente.»
Alzai le sopracciglia. «Tutto il nostro sistema planetario?»
«Ogni cosa in un raggio di mezzo anno lu...» Si bloccò, sorrise. «Una bella distanza.» Guardai il foglio, mi grattai ancora il mento.
Einstein proseguì. «L'ultima volta che siamo passati attraverso una nube è stato ventisei milioni di anni fa.» Fece una pausa. «Non è stato un caso se allora c'è stata un'estinzione della vita sulla terra. La prima grande estinzione di cui abbiamo delle prove è avvenuta alla fine dell'Era Permica, circa duecentoquaranta milioni di anni fa. Il novanta per cento di tutte le specie perì; l'estinzione di massa di varie specie terrestri creò i presupposti per la crescita dei dinosauri.»
Si mise a disegnare altri minuscoli raggi di nube sulla scia della Via Lattea. «Ci sono state altre piccole estinzioni ogni ventisei milioni di anni circa. Una di queste fu responsabile dell'estinzione dei dinosauri. Ora siamo stati in grado di rintracciare altre nubi lungo il nostro cammino attraverso la Via Lattea.»
Mi raddrizzai di scatto. «Volete dire che una nube...?»
«Sì. Crediamo che queste nubi siano state determinanti nel foggiare la vita sulla terra. Le particelle ad alta carica, come l'iridio e altre, contenute nella nube...»
Alzai una mano. «Alt! Alta carica cosa?»
Sorrise. «Questa è fisica e chimica, signor Presidente.»
«Diciamo semplicemente che non sono bravo a indossare barili, signor Einstein!»
Si mise a ridere, caricò la pipa e la accese. «Sa cosa volevo più di tutto quando sono... ritornato? Fumare questa pipa.»
Gli battei una mano sulla schiena. «Bene, continuate pure.»
Ritornammo al diagramma. «Per farla semplice, signor Presidente, ci sono... sostanze ignote nella nube che rendono possibile il ritorno sulla terra delle precedenti forme di vita.»
«Così è questo che ci ha riportato indietro.»
«Crediamo di sì.» Tornò al diagramma del sistema solare. «Sono successe cose meravigliose su tutti i pianeti. Su Marte è germogliata della vegetazione. Incredibilmente, data l'enorme pressione e il calore della superficie, abbiamo indicazioni di una massiccia crescita vegetale su Venere. Quel pianeta è diventato una specie di serra gigante, forse ricoperta di orchidee. Le nubi gassose di Giove adesso mantengono organismi aerei in quantità, probabilmente intelligenti. Titano, la luna di Saturno...»
«Sicuramente opera dell'Onnipotente,» dissi meravigliato.
Non mi contraddisse. «Può chiamare questa nube la Creazione stessa, signor Presidente. È meraviglioso, ma è anche denso di enigmi. Mi sono consultato con alcune delle menti più eccelse del mondo, all'Università di Princeton e altrove. Isaac Newton in persona ha lavorato al problema in Inghilterra, e Keplero in Germania. Quelli sono grandi uomini. Qui negli Stati Uniti, all'Università di Harvard, sta lavorando Hubble, che ha scoperto, a proposito, che alcune nebulose sono galassie indipendenti. Lui, io, e altri, crediamo che sia necessario dare immediatamente avvio al progetto di inviare un razzo ad alta velocità, possibilmente con equipaggio umano, lontano dalla terra, nella stessa direzione in cui procede il nostro sistema solare.»
Lo osservai tracciare una linea a partire dal cerchietto, attraverso la nube e fuori di essa.
«Vede, signor Presidente,» disse Einstein aspirando brevi boccate dalla pipa e riempiendo l'aria di fumo fragrante, «nel giro di qualche mese l'intero sistema solare, inclusa la terra, uscirà dalla nube. E non abbiamo la minima idea di quello che accadrà allora.»
La notte stessa, quando mi addormentai meditando le molte intriganti questioni sollevate dal dottor Einstein, afflitto contemporaneamente dal dolore per la perdita dei miei cari, e sentendomi triste e solo, ebbi un sogno, una visione, il segno che tanto avevo atteso.
CAPITOLO UNDICESIMO
LE MEMORIE DI PETER SUN
1
Alla fine dell'estate, quando i primi venti freddi cominciarono a soffiare dalle vette di Konzhakovski Kamen, ormai lontano dietro di noi, il ventre di Reesa presentava già i segni della gravidanza. Su mia insistenza il nostro procedere si fece più lento, sebbene Reesa fosse forte e mi desse dello sciocco.
Da tempo il carro era stato abbandonato, rotto, sulle rocce in cima alla montagna. Avevamo montato il cavallo per centinaia di miglia, fino a quando non si era azzoppato, costringendomi ad abbatterlo, una volta e poi di nuovo. Vicino a Petropavlovsk avevamo trovato un autocarro che ci aveva portato a nord fino quasi a Noginski, prima di fermarsi. Ci lasciammo indietro la carcassa rumorosa e arrugginita, e ci caricammo sulle spalle tutto ciò che potemmo.
La terra ci forniva il cibo, e la notte un tetto di stelle. Solo quando ci sentivamo sufficientemente al sicuro accendevamo un fuoco, anche se le temperature più fredde e le condizioni di Reesa rendevano necessario correre più rischi.
Per settimane non vedemmo nessuno, umano o scheletro. In quel periodo eravamo assillati da una sorta di sogno, dalla fantasia che il mondo appartenesse a noi soli, sogno occasionalmente infranto dalla vista di un falco volteggiante in forma di scheletro, o dalle impronte di scheletri sul terreno. Di notte grilli e altri insetti notturni stridevano e cantavano, e nonostante sapessimo che quei suoni provenivano per lo più da bianchi piccoli carcami fantasma, la nostra fantasia ci concedeva di pensare che il mondo fosse giusto.
Per la prima volta dopo tanto tempo ero felice. Tutta la mia vita passata sembrava storia, ed esistevano solo mia moglie, il mio bambino in arrivo, e il cielo azzurro, la terra bruna e le stelle. La luna sorgeva e tramontava per Reesa e me, e mutava la sua forma col trascorrere delle settimane. Se mi perdevo in questo sogno ad occhi aperti, potevo credere che il mondo fosse tutto lì.
Reesa fioriva. La sua carne pareva esplodere di vita umana, il suo colorito veniva acceso da ciò che le cresceva dentro come dal vento e dal freddo della notte. Non potevo immaginare il mondo, né l'universo, senza di lei.
Quando finalmente arrivammo alle vaste pianure vulcaniche della piattaforma centrale siberiana, Reesa mi venne accanto, mi strinse la mano, e indicò lontano, a nord dell'altopiano. «Ecco, là è da dove viene il mio popolo,» disse. «Si racconta che la tribù venne costretta a fuggire verso est fino a restare senza terra, e che metà si stabilì sull'altopiano di Anadyrskoye, vicino al Mare di Bering, e l'altra metà attraversò lo stretto.»
La guardai. «Vuoi dire verso il Nord-America?»
Sorrise. «Sì. La storia della nostra tribù dice che tutta l'America proviene dal nostro seme. Gli Indiani Americani, lungo tutta l'America Centrale e Meridionale, i Maia e gli Aztechi, facevano tutti parte della nostra tribù perduta.»
«È un'affermazione piuttosto ambiziosa, non credi?» le dissi.
La sua espressione era assolutamente seria. «È vera.»
Quella notte i dolori causati dal bimbo la tormentarono. Io rimasi sveglio, di guardia, badando al fuoco finché le passarono i crampi. Poi osservai Reesa dormire alla tenue luce del fuoco.
In lontananza udii l'echeggiante muggito di un'animale, profondo come se venisse emesso dalla terra stessa. Quasi svegliai Reesa, ma la vista del suo sonno pacifico mi fece esitare. Mi accontentai di sentire il bambino che le scalciava in grembo, e restai seduto da solo per tutta la notte, col fucile sulle ginocchia, ascoltando i rumori dei ruggiti e chiedendomi cosa su questa o su qualsiasi altra terra potesse produrre un suono così tuonante.
2
Il giorno successivo, mentre l'alba illuminava il mondo, la mia domanda trovò risposta. Poco distante, sulla pianura sotto al nostro altopiano, apparve lo scheletro gigantesco e roboante di un brontosauro, che gettò la testa all'indietro e lanciò un gemito, muovendosi fino a trovare una pozza fangosa e poco profonda. La testa allungata si piegò a bere, e si risollevò, sgocciolando fango, e muggì di nuovo.
«Ha fame,» disse Reesa. Eravamo allo scoperto, e d'un tratto, davanti a tanta imponenza, mi sentii nudo e indifeso.
Dietro a quel brontosauro ne venne un altro, e un altro ancora, finché non si formò un gruppo guidato da due colossi, che si diresse verso la pozza fangosa. I più grandi proteggevano i più piccoli che si chinavano a bere, levando acuti gemiti che si confondevano con i boati ruggenti dei più anziani.
Ci dirigemmo in una stretta gola, allontanandoci da loro e lasciandoci le loro grida alle spalle. Seguimmo l'antico letto di un fiume. Attorno a noi, sul fondo del canyon, si aprivano i profanati crateri delle loro tombe. Giungemmo alle ripide pareti di un pozzo sviscerato, di quasi quaranta piedi di diametro e altrettanto profondo.
«Non voglio vedere cosa è uscito da lì,» dissi.
Mentre ci facevamo strada verso la parete del canyon, il grido rombante di una bestia mostruosa fendette l'aria. L'animale torreggiava sopra di noi come un edificio di almeno quattro piani, avanzando su due zampe tozze, agitando la coda d'ossa sul terreno, aprendo e chiudendo con uno scatto le mandibole spropositatamente grandi. Due minuscole appendici artigliate che gli servivano da braccia e da mani si stringevano nel vuoto.
Girò bruscamente la testa, annusando l'aria, cercando. Attorno alle ossa c'era lo spettrale profilo di un tirannosauro, dalla pelle verde chiara come quella di una lucertola, e gli occhi gialli.
Ci nascondemmo contro la parete del canyon. Il mostro ci oltrepassò emettendo un brontolio basso e sordo dal profondo della gola. Sembrò tastare nervosamente l'aria con le zampe anteriori, girando a scatti la testa, prima lontano da noi, poi tornando di nuovo.
Nascosti nell'ombra, noi trattenevamo il respiro.
Il mostro fece un passo in avanti, allontanandosi verso la pozza fangosa dove stavano bevendo i brontosauri, alcuni dei quali già si davano alla fuga, chiamando a raccolta i piccoli con grida acute. Il tirannosauro accelerò il passo. Nei suoi movimenti c'era qualcosa di orribilmente aggraziato. Le bianche ossa sembravano parti di una mostruosa macchina da distruzione, perfettamente sincronizzate e assemblate; l'osso scivolava sull'osso in morbide movenze danzanti.
Il tirannosauro caricò la pozza fangosa. I brontosauri si spostarono, goffi e pesanti. Un piccolo cadde e rimase indietro, gridando da fare pietà. Il tirannosauro abbassò gli occhi su di lui, avanzò, ringhiando possente, e spinse da parte il brontosauro per chinarsi a bere.
Il tirannosauro aspirò l'acqua fangosa, e la risputò con rabbia. Gli occhi ambrati cercarono una vera pozza d'acqua.
Il piccolo brontosauro cominciò ad allontanarsi, verso i più grandi che aspettavano che si riunisse al branco.
Il tirannosauro alzò la testa infuriato, attraversò in una corsa feroce la pozza fangosa e si fermò a sovrastare il piccolo brontosauro.
Urlando di rabbia, il tirannosauro piombò con le fauci sul brontosauro, lo strinse tra i denti e contemporaneamente lo afferrò con le zampe più piccole. Il brontosauro, strillando miserevolmente, si dissolse in una nuvola di polvere.
Il tirannosauro artigliò l'aria, sollevò la testa, parve voler squarciare il cielo con un urlo di rabbia. Poi piegò la testa verso il basso, e caricò il branco di brontosauri che cercavano ancora di ritirarsi. In pochi istanti aveva aggredito quelli rimasti indietro, dilaniandoli con cattiveria, sferzando l'aria con la testa, mordendo e sbranando.
Uno dopo l'altro i brontosauri si dissolsero in polvere.
La rabbia del tirannosauro aumentò. Balzò in mezzo al branco, e attaccò, uno dopo l'altro, tutti i brontosauri. Presto rimase solo un grosso esemplare, che faceva scudo col proprio corpo enorme a due brontosauri più giovani. Urlando di rabbia, il mostro si sollevò in tutta la sua altezza e piombò su tutti e tre contemporaneamente, guardandoli poi sparire.
Contro la roccia mi sfilai di tracolla il fucile, e controllai il caricatore.
Il mostro girò di scatto la testa, guardò dritto verso di me. I nostri occhi rimasero incatenati.
Il tirannosauro caricò.
Io puntai, sparai, e lo mancai. Infuriata, la bestia si scagliò in avanti. Io spinsi Reesa dietro di me, puntai ancora. Il mostro era a venti iarde di distanza, e si avvicinava rapidamente, con gli artigli affilati ben aperti.
Sparai.
La mascella del mostro si spalancò, il proiettile vi passò attraverso, e nel mezzo di un ruggito spettrale il tirannosauro cadde in polvere. Da tutt'attorno giunsero altri rumori, altri dinosauri attirati dallo spettacolo dalle pianure circostanti.
«Meglio che ce ne andiamo da qui,» dissi.
Seguimmo il perimetro della parete del canyon, trovammo un punto meno ripido e ci arrampicammo. In cima un vasto altopiano dolcemente ondulato si distendeva verso est.
Il fondo del canyon era popolato di dinosauri. Bestie a quattro zampe, branchi di stegosauri e un solitario triceratopo combattevano per una pianta stentata. Scheletri di piccole creature su due zampe sfrecciavano di cespuglio in cespuglio. Non molto lontano un altro branco di brontosauri procedeva verso un remoto specchio di promettente acqua azzurra. Si udì un tonfo lontano, e un collo lungo e sinuoso si levò dall'acqua, guardò a destra e a sinistra, e si reimmerse. Qualcosa che sembrava un coccodrillo rachitico lottava con un'altra specie di rettile, che indietreggiò sulle zampe posteriori, si girò, e abbatté sul suo nemico la coda crestata. Lontano, una bestia enorme, la mostruosa versione di un brontosauro, se ne stava immobile, senza potersi o volersi muovere, e ruotava pigramente da una parte all'altra la relativamente piccola testa.
Da dietro a noi venne un sibilo. Mi voltai e vidi una bestia grande come un uomo, una versione più piccola del tirannosauro, che ci guardava contraendo le zampe anteriori munite di artigli.
Mentre la creatura caricava tentai di risollevare il fucile, ma mi fu addosso prima che potessi reagire, e lo colpii con il calcio del fucile. Scivolò verso il ciglio della gola, si contorse nell'aria incapace di mantenere l'equilibrio, e volò di sotto.
Si schiantò sul fondo in uno sbuffo di polvere.
«Meglio andare,» dissi.
Ci allontanammo dalla pianura dei dinosauri, giù lungo il dolce pendio dell'altopiano, e ben presto i mostri furono solo un ricordo.
3
Quella notte Reesa non riuscì a dormire. Durante il nostro lento cammino verso nord la temperatura era scesa, e i nostri fuochi erano diventati più grandi. Quella notte non avevamo molta scelta. Eravamo circondati da pianure di roccia vulcanica. All'orizzonte si stagliava un piccolo villaggio, irraggiungibile fino al mattino. Scoprii un angusto recesso in un basso spuntone di roccia e accesi il fuoco davanti all'apertura.
«Hai freddo?» chiesi a Reesa.
Lei si rannicchiò contro di me, e mi avvolse nella sua stessa coperta. Il suo viso si stagliava alla luce del fuoco.
«Adesso no.» Alzò brevemente gli occhi alla luna piena che sorgeva a est, appena sopra l'orizzonte, e la sentii rabbrividire. «Si dice che succederà in una notte di luna piena,» disse.
Io la guardai, e pensai di dirle di smettere di dire sciocchezze. Ma lei si voltò a guardarmi, con quel suo volto cupo e triste, e non dissi nulla.
«Quella notte io morirò,» disse.
Io mi sentii montare dentro la rabbia. «Non parlare in quel modo.»
«È vero,» disse. «Succederà.»
Io attizzai irosamente il fuoco con un bastone. «È colpa di quelle bestie che hai visto oggi?» dissi. «Sei stata così felice in queste settimane. Entrambi sappiamo che il mondo è cambiato. Non voglio più sentir parlare di... profezie.»
Mi fece appoggiare la mano sul suo stomaco, e mi fece accarezzare piano dove si trovava il bambino. «Raccontami dell'altra tua vita, Kral Kishkin,» mi disse.
«Cosa vuoi dire?»
«Raccontami della tua vita come sicario.»
Mi irrigidii accanto a lei. «Non ne ho mai parlato. Quella era un'altra persona, non ero io.»
«Raccontami,» mi disse dolcemente, guardandomi negli occhi.
Per la prima volta da settimane pensai alla mia vita. Quante volte avevo reinventato me stesso? Kral Kishkin e Peter Sun erano solo gli ultimi.
Mi ritrovai a parlare, a smascherarmi per la prima volta in vita mia per quella donna che era la mia vita. Improvvisamente volli che mi conoscesse, volli confidarmi.
«Sono nato a Prey Veng, in Kampuchea, dall'altra parte del Fiume Mekong, di fronte a Pnom Penh,» dissi. Sentii su di me i suoi dolci occhi, occhi che mi toglievano il veleno dall'anima. «Mi chiamarono Jayavaram, come un Re Angkor del dodicesimo secolo, Jayavaram Ottavo, che per tutta la durata del suo regno costruì ospedali e ricoveri.
«Mio padre era un fattore, e sosteneva Lon Nol, ma il suo fratello minore, che viveva con noi, era un membro del Khmer Rosso. Mio padre non lo sapeva. Nel 1975, quando avevo sette anni, scoprii che mio zio si incontrava con i suoi amici comunisti, e mi fece giurare di mantenere il segreto.
«Quando il Khmer Rosso prese Pnom Penh due mesi dopo, mio zio denunciò mio padre, assieme a mia madre e alle mie due sorelle. Vennero giustiziati, davanti ai miei occhi, mentre mio zio mi metteva un braccio attorno alle spalle. "Questo è nostro", disse, e con quelle parole io venni risparmiato.
«Gli abitanti del mio villaggio venivano considerati appartenenti al ceto medio. Tutti coloro che non vennero giustiziati vennero mandati in una comunità rurale.
«Per i successivi tre anni vidi morire tutti quelli che conoscevo. Tranne mio zio.
«Quando ebbi dieci anni, i Vietnamiti invasero il paese. Attesi finché entrarono nella nostra comunità, poi presi il fucile che apparteneva a mio zio e cercai di sparargli mentre si alzava dal suo pagliericcio. I Vietnamiti mi fermarono, e trascinarono via mio zio.
«Dissi loro che il mio nome era Ho Vei. Mi mandarono a Hanoi, e poi nella città di Ho Chi Minh, a studiare. Quando ritornai a Kampuchea, aiutai a braccare e giustiziare i membri del Khmer Rosso, e nel frattempo mi avvicinavo lentamente al confine thailandese.
«Quand'ebbi quindici anni passai in Thailandia. Allora mi chiamavo Mongkut, come un re e uno statista tailandese che resistette al colonialismo nel diciannovesimo secolo. Raccontai ai Thailandesi che ero stato rapito e portato in Cambogia da bambino.
«Studiai in Thailandia per due anni, poi andai in America. In America dissi di chiamarmi George, come Washington.»
Sorrisi, e alla luce del fuoco Reesa ricambiò il mio sorriso.
«Non mi credettero. Allora dissi che il mio nome era Peter Sun, un nome che avevo sentito ascoltando due uomini che parlavano tra di loro. Scoprii più tardi che parlavano di Peter Gunn, il poliziotto di un serial televisivo. Ma io divenni Peter Sun.
«Pensai di essere cambiato. Studiai le opere di Gandhi e i Trascendentalisti. Per un poco vissi solitario, in una capanna nei boschi con un solo letto fuori dall'università che frequentavo a New York.
«Poi apparve mio zio. Aveva vissuto come uno schiavo in Vietnam per sette anni. Anche lui era scappato, seguendo i miei passi in Thailandia come rifugiato. Adesso si faceva chiamare Carl Wong. Aveva detto agli Americani di essere Cinese, e che stava fuggendo dai comunisti, e l'avevano lasciato entrare.
«Era povero, e non aveva un posto dove andare. Era vecchio, e tormentato. Gli diedi il mio letto.
«Vivemmo in questo modo per un anno. Lui faceva dei lavoretti nella città vicina; io studiavo e andavo a scuola. La sera mi raccontava le tribolazioni che aveva passato, le torture subite dai Vietnamiti. Diceva che adesso odiava i comunisti. Piangeva quando pensava a quello che aveva fatto ai miei genitori, alla mia famiglia. A volte si prostrava a terra e implorava il mio perdono. Io ascoltavo tutto ciò in silenzio.
«Una sera, di ritorno dalle lezioni, comprai una pistola. Dissi all'impiegato del negozio che mi chiamavo George Wong. Tornai nei boschi e sparai a mio zio mentre dormiva.
«Seppellii il suo corpo nel profondo dei boschi, e nessuno chiese mai di lui.
«Lavorai duro, e studiai duro. Mi ritrovai in mezzo a un nascente movimento per la pace nel mondo. All'inizio non vidi l'ironia della situazione, ma le cose mi crebbero attorno, e divenni il centro dell'attenzione.
«La mia vita precedente in Cambogia come sicario non mi creò complicazioni. Allora avevo fatto la cosa giusta. Dapprincipio mi dissi che quello che avevo fatto a mio zio era identico.
«Ma più il tempo passava più mi rendevo conto che ciò che avevo fatto a mio zio era diverso. Ero diventato un mostro. Lui era venuto da me senza un soldo, pentito, e vecchio, e io l'avevo ammazzato.»
Guardai Reesa alla luce sfavillante del fuoco. In quel momento la amavo più di quanto avessi mai amato chiunque altro nella mia vita. Volevo che purificasse quello che mi straziava dentro, e che mi avrebbe angosciato fino alla morte.
Presi di tasca il foglietto spiegazzato sul quale avevo scritto il mio discorso.
«Il giorno in cui arrivarono gli scheletri,» dissi ricordando quel tempo lontanissimo come se non fosse mai successo, «quando dovevo pronunciare il mio discorso davanti a tutti quei milioni di persone, stavo invece per denunciare me stesso. L'unico pensiero che mi avrebbe trattenuto era che sarebbe stato un atto di egoismo. Quella gente, in quel momento, aveva bisogno di me. Sarei stato un egoista a rifiutarmi di far parte dei loro sogni e delle loro speranze.»
Riguardai il foglietto, poi lo misi via. «Così avrei pronunciato il mio discorso, con parole ispirate ad Abramo Lincoln. Ma pronunciandolo avrei indossato una maschera.
«Pensavo che ormai, dopo quello che era successo, tutto ciò sembrasse irrilevante. Ma non è così.»
«Oh, Kral Kishkin,» disse Reesa teneramente, posandomi una mano sul capo e facendomi riposare sulla sua spalla.
«Reesa, io non so chi sono.»
Lei mi strinse, e per quanto poté alleviò il dolore che era dentro di me. Ma il dolore era sempre lì. E quella notte, al bagliore del fuoco nella fredda oscurità, con accanto la mia amorevole moglie e mio figlio nascituro, mi sentii solo come in tutta la vita non mi ero mai sentito.
4
Il giorno dopo Reesa si ammalò.
Avevamo dormito assieme accanto al fuoco, ed eravamo stati caldi tutta la notte. Ma quando il sole lambì l'orizzonte la sentii agitarsi vicino a me, alzarsi, e allontanarsi a vomitare sotto la roccia dietro di noi. Ma era già successo molte altre volte, a causa del bambino.
Quando non ritornò, mi voltai e la chiamai. «Reesa, stai bene?»
Non ebbi risposta. Mi alzai e andai a cercarla, e la trovai svenuta vicino alla parete rocciosa.
Era semicosciente. Le toccai la fronte. Bruciava di febbre.
«Luna piena...» sussurrò.
«Non dirlo.»
La riportai accanto alle braci. Il mattino era gelido. Riattizzai il fuoco. Reesa riusciva appena a stare in piedi. Cominciò a tremare, poi si girò e vomitò ancora. Il tremore divenne incontrollabile.
Per un'ora si agitò perdendo e riacquistando conoscenza. La febbre salì. Ad un certo punto i suoi occhi.si dilatarono. «Sasha!» gridò, fissando nel fuoco. «Sasha!» Chiuse gli occhi, borbottò qualcosa tra sé, e dormì, tremando per tutto il corpo.
Per tutto il giorno e la notte restammo dove ci trovavamo. Tentai di nutrirla, ma non teneva giù niente. Spesso appoggiavo la mano sul suo ventre, per sentire il bambino, ed ero soddisfatto solo quando lo sentivo scalciare.
Durante la notte si svegliò, fissò la luna che stava sorgendo, e gridò.
Il mattino dopo stava leggermente meglio.
«Reesa, riesci a muoverti?»
«Io... non lo so.»
Si era fatto persino più freddo. Le nubi si erano addensate a ovest. Temevo il brutto tempo.
«Reesa, dobbiamo arrivare al villaggio,» dissi.
Lei vacillò, e mi guardò sforzandosi di mettermi a fuoco. «Sì...»
Feci i bagagli, e caricai tutto sulle mie spalle, mi accertai che Reesa fosse più calda possibile, e partimmo.
La nostra andatura era penosamente lenta. Ci riposavamo ogni cinque minuti, poi camminavamo solo per qualche iarda prima di fermarci di nuovo perché Reesa potesse riprendere fiato. Nel corso del giorno la febbre salì, poi diminuì. A mezzogiorno fece un piccolo pasto, e per la prima volta dall'inizio della malattia riuscì a trattenere il cibo.
Il villaggio si fece più vicino, strisciando all'orizzonte, e finalmente si trovò ad appena un chilometro da noi.
«Ci siamo,» dissi, indicandolo.
«Sì...»
Dietro di noi il tempo divenne minaccioso. Neri strati di nubi si levavano nel cielo e rotolavano verso di noi. Il sole balenò attraverso una cortina di nebbia e scomparve. Il giorno si oscurò. Un vento gelido ci soffiava alle spalle, incitandoci ad affrettarci.
Infine entrammo nel paese. Rovine e macerie ovunque. Un trattore era impiantato nella facciata di un edificio. Vaste depressioni che crivellavano le strade risultarono essere, ad un'ispezione ravvicinata, impronte di dinosauri. Gli spigoli delle case erano stati divelti, le finestre spaccate, i muri sfondati. Un'automobile era stata gettata sul tetto piatto di un negozio.
Trovai un negozio che aveva subito relativamente pochi danni. Una finestra era rotta, ma il tetto era intero, la porta aperta. Entrammo. Un tempo era un panificio. C'erano vetri ovunque. Le vetrinette da esposizione erano state sfondate, gli scaffali rotti, le credenze rovesciate. Un tenue odore dolciastro permeava ogni cosa.
Una porta aperta sul retro del negozio portava a una stretta rampa di scale, e al secondo piano, dove c'erano gli alloggi, intatti. In una stanza c'era un letto singolo, con lenzuola e un cuscino, un tavolino di legno, una finestrella, e un crocifisso alla parete. Appoggiata alla parete opposta al letto c'era una stufa rotonda a legna.
Aiutai Reesa a infilarsi a letto. Tirai indietro le coperte, la feci sdraiare, e la coprii.
«Devi mangiare qualcosa di più, Reesa, per il bambino.»
«Sì...»
Si alzò a sedere, e le diedi un po' di cibo che avevamo, delle verdure in scatola e delle gallette.
«Va tutto bene, Peter,» disse. Aveva l'aria stanca, ma sorrise debolmente. Tenne giù il cibo, e quando le toccai le tempie, la temperatura era scesa.
«Dormi,» le dissi, baciandola.
Mise giù la testa e subito si addormentò.
Ritornai al piano di sotto e guardai fuori dalla finestra. Il cielo era quasi completamente nero e aveva cominciato a nevicare. Una brezza gelida soffiava sibilando dal vetro rotto. In un guardaroba nell'angolo del negozio trovai una scopa e un pesante parka. Scopai i vetri rotti in un angolo, e dalle macerie recuperai un paio di assi che erano state usate per gli scaffali. Una porta grezza portava a una cantina sudicia, dove però non c'era niente di utile, tranne alcuni vasi di conserve e sottaceto.
Uscii dal negozio, infagottato nel parka del panettiere per ripararmi dalle sferzate della neve che aveva già cominciato a riempire le tracce dei dinosauri.
Due negozi più in là c'era una ferramenta. Ritornai in fretta al panificio con martello e chiodi e altre assi di legno.
Trascorsi l'ora successiva a sigillare la finestra del negozio, con la neve che mi vorticava attorno. Cominciai a sentire le mani intorpidite, ma alla fine riuscii a chiudere il negozio in faccia al brutto tempo.
Fuori, sul retro, trovai una piccola catasta di legna, e ne raccolsi una bracciata.
Salii le scale, caricai la stufa della camera da letto, e accesi il fuoco. Mentre la stanza si scaldava mi sedetti sulla sponda del letto, con la mano sul corpo coperto di Reesa, e rimasi a guardare la neve che cadeva fuori dalla finestrella.
Fui sopraffatto da un'improvviso sfinimento. Mi sdraiai accanto a mia moglie, con la mano sul bimbo che le si muoveva in grembo, e dormii.
5
Quando mi svegliai era buio. Il bagliore rosato della stufa illuminava la stanza di una luce calda.
La mia mano sul ventre di Reesa non sentiva alcun movimento. Il bambino aveva smesso di scalciare. Tirai indietro le coperte e scossi mia moglie. «Svegliati!» gridai. «Reesa, il bambino! Svegliati!»
Si risvegliò da un sonno profondo. Le toccai la fronte. La febbre era passata. Quando aprì gli occhi, erano limpidi, e mi riconobbe.
«Peter...»
«Il bambino!»
Si scostò le ciocche di neri capelli sudati dal volto e si drizzò a sedere, con una mano già sul ventre.
«Svelto, Peter,» disse. «Ascolta se lo senti.»
Appoggiai l'orecchio al ventre e trattenni il respiro. Non c'era nulla: non il lieve battito del cuoricino, né il frenetico vibrare dei piccoli calci.
«È...» disse Reesa.
«Aspetta.» In quel momento, nel silenzio, sentii qualcosa tirare un colpo, muoversi, sentii il lontano, fievole mormorio di un minuscolo cuore.
«L'ho sentito!» disse Reesa.
Mi sdraiai accanto a lei. «Grazie a Dio.» La guardai, le accarezzai le guance fresche. «Stai meglio,» dissi.
«Sì. Mi sento debole, ma...»
«Resteremo tutto il tempo che sarà necessario. Sono certo che qui nel villaggio c'è del cibo. C'è della legna, e ogni altra cosa di cui abbiamo bisogno.» Le mostrai la finestra, gelata, coperta di neve.
Reesa osservò la stanza. «Non mi ricordo nemmeno di essere arrivata qui.»
La baciai. «Questa luna piena è passata.»
«Sì...» Sorrise, chiuse gli occhi, e glieli baciai. Improvvisamente li spalancò e boccheggiò per il dolore. «Owwww...»
«Cosa c'è?»
Le sue mani corsero ad avvolgere il ventre. Si piegò in avanti, respirando a fatica. «Owwwwwww...»
Appoggiai una mano. Il bambino sferrò un colpo violento contro di me.
«È giusto che sia così?»
Lei si aggrappò alla mia mano, ansimando. «C'è qualcosa... che non va.»
Si abbandonò all'indietro, chiuse gli occhi e strinse i denti. «Mio Dio...»
Divaricò le gambe, e vidi la sua pancia che si sollevava.
«Peter, il bambino sta arrivando...»
«Reesa, è troppo presto...»
«Dentro! Mi sta facendo male dentro!»
Inarcò la schiena. Il volto le si infiammò per il dolore. Trattenne il respiro e ansimò.
«Peter, aiutami!»
Scoprii il letto. La aiutai a superare lo spasmo successivo, le spinsi i cuscini dietro la schiena. Urlò, si inarcò, e spinse. Sotto la vidi dilatarsi, vidi la prima piccola chiazza bianca della testa.
Mi strinse la mano, si inarcò ancora, gridò. «Oh, Peter!»
Apparve la testa del bambino, imbrattata di sangue. Mi diedi da fare per aiutarlo a uscire mentre Reesa si tendeva e spingeva ancora.
«Oh Dio, mi sta facendo male!»
Il bambino uscì per metà. Mi ritrassi. Era un perfetto piccolo scheletro, con le piccole mandibole che si aprivano e si chiudevano a scatti, e le manine che dilaniavano Reesa come artigli.
«Reesa!»
Lei abbassò lo sguardo, gridò, poi venne travolta da un ultimo spasmo delle contrazioni e il bambino venne spinto fuori, seguito da un fiotto di sangue e da un cordone ombelicale secco e contorto. Reesa non smetteva di perdere sangue. Il bambino giaceva lì, coperto di sangue, con le orbite oculari che fissavano cieche, le piccole mandibole che si muovevano a scatti. Il più vago dei sudari, i lineamenti di una creaturina umana raggrinzita, avvolgevano il piccolo scheletro.
«Oh, Peter...»
Il bambino agitò le manine tentando di artigliare l'aria, inarcò la schiena, e si dissolse in polvere davanti ai miei occhi, lasciando indietro l'avvizzito cordone.
Reesa era pallida ed esangue.
«Peter, il sangue...»
Cercai di far cessare l'emorragia. In un fiotto uscì la placenta, seguita da un nuovo fiume di sangue. Le lenzuola, il letto, grondavano sangue.
«Sto per morire, Peter...»
«No!»
Tese una mano debole e esangue e si aggrappò a me. «In pochi minuti finirà tutto.»
«Non ti lascerò morire!»
Mi trasse vicino a sé. Nei suoi occhi che si spegnevano vidi tutto l'amore di cui avevo sempre avuto bisogno. Con tutte e due le mani mi strinse e mi baciò. Mi guardò profondamente negli occhi e sorrise. «Kral Kishkin,» disse debolmente. «Era scritto; deve accadere.» La sua voce era ormai solo un leggero sussurro. «Ricorda che ti ho amato. Ci sarà un'altra, che vivrà con te, e tu devi continuare...»
«Morirò qui con te!» protestai.
«No!» I suoi occhi riacquistarono vita. Tentò di alzarsi, sempre stringendomi, poi ricadde contro i cuscini. «Tu mi hai fatto delle promesse. Devi mantenerle. Devi onorarle. C'è altro a cui pensare oltre a me e a te. Kral Kishkin...»
Chiuse gli occhi, ma continuò a stringermi.
«Non ti lascerò morire!»
Per un attimo riaprì gli occhi. «Fai ciò che devi.» Staccò una mano da me e indicò debolmente la stufa a legna. «Adesso, prima che sia troppo tardi. Prima che mi risvegli. Hai promesso, col tuo sangue...»
«Non posso!»
I suoi occhi, l'amore nei suoi occhi, mi seguì sciogliendomi dalla sua stretta mentre piangevo, fino alla stufa a legna. La guardai, e i suoi occhi mi fissavano sempre.
«Adesso...»
Piangendo di rabbia strappai il tubo di sfogo della stufa dal buco nel muro, lo tirai con furia e lo girai in modo che i vapori mortali scaricassero nella stanza. Con le lenzuola inzuppate di sangue otturai il buco che sfogava all'esterno, poi aprii lo sportello della stufa, la riempii di legna, e osservai il fuoco ergersi in tutto il suo vigore.
Tornai da Reesa, e la guardai. «Ci deve essere un altro modo!»
Allungò una mano, mi prese il braccio, e scosse lievemente la testa. Già mi sentivo stordito nella piccola stanza.
Reesa mi tirò a sé e mi baciò, un bacio che avrei ricordato per sempre. «Addio, Kral Kishkin, marito mio,» sussurrò. «Credimi, scoprirai chi sei. Anche questo era scritto. Tu non hai portato maschere, ma vite. Adesso è ora che tu porti un'altra vita.»
Mi lasciò andare, e chiuse gli occhi.
Io uscii vacillando dalla stanza, furioso, e in preda all'ira mi sbattei la porta alle spalle. Mi precipitai giù dalle scale, aprii la porta del negozio con una spallata e corsi fuori nel biancore della neve, urlando la mia rabbia al cielo, deciso a non vivere.
6
Per giorni interi fui in uno stato di delirio. Mi lasciai il villaggio alle spalle, mi arrampicai sulle colline nella morsa della neve incessante. Vagai come un pazzo, caddi nei fossi scavati dal passaggio dei giganteschi dinosauri. Un giorno sentii in lontananza le loro grida ruggenti, e tentai di eguagliarli in rabbia e fragore. Battei le mani contro le rocce fino a farle sanguinare. Cacciai lo scheletro di un animale per miglia, e finalmente lo presi e lo ridussi in polvere con le mie mani, e presi a calci la polvere spargendola verso i quattro punti cardinali, e cercando di farla penetrare nel terreno da cui era venuta. Quando la tempesta cessò, gridai contro il sole, finché tornarono le nubi, e ricominciò a cadere la neve.
Alla fine, indebolito dalla fame, caddi in un fosso sotto una sporgenza rocciosa, e precipitai nel sonno dell'incoscienza. Sognai Reesa, e nei miei sogni avevamo trovato un mondo nuovo e caldo, e ci sedevamo in cima a una montagna mentre il sole sorgeva su di noi, e custodivamo tutta la terra, che era nostra. Era un nuovo Giardino dell'Eden. C'erano animali, elefanti e cervi e leoni, e tutti erano a coppie, e vivevano con noi, e la notte dormivano al nostro fianco. I frutti sugli alberi erano pieni, e sempre maturi. La sera, in cielo, splendeva sempre la nostra stella più cara; il sole durante il giorno danzava con le nubi gravide di pioggia, e quando pioveva, la pioggia era come argento, e bagnava i nostri corpi, e ci donava la vita. C'era un corso d'acqua nel nostro Eden, limpido come cristallo, e un'alta cascata colore del diamante, e i pesci erano colore delle arance e delle susine, e guizzavano appena sotto la superficie. E avevamo un figlio che cresceva alto e forte, e lavoravamo la terra con le nostre mani, e il mondo diventava fertile e generoso. E Reesa era matura come i frutti, e partoriva figli per popolare il mondo intero, e il mondo intero si dipartiva dal nostro Eden. In cielo udivamo la risata profonda e soddisfatta di Dio, che ci sorrideva e ci proclamava liberi dal peccato, e nel mondo non c'era altro che pace.
Soltanto che quando mi girai a guardare Reesa, che accanto a me condivideva il mio sogno, non era Reesa, ma un'altra, una sconosciuta dalla pelle colore del caffè, la ragazza del sogno nel campo fuori Mosca, che apriva la bocca per parlare e diceva un'unica parola che non riuscivo a udire...
Mi svegliai con un freddo lancinante che mi trafiggeva come un coltello. Non sentivo più le gambe.
Per un attimo sentii di non poter respirare, e fui preso dal panico. Era tutto buio. Ricordai dove mi trovavo e allungai le mani, cercando di spingere via l'oscurità troppo opprimente, e le affondai in una pelliccia lunga e folta.
Gridai. Credetti di avere perso la ragione. Battei i pugni contro la roccia sulla mia testa, dietro di me, nella frenesia di uscire da lì.
La pelliccia davanti a me si mosse e si tirò indietro. Una forma lunga e pelosa strisciò fuori dal fosso, lasciando filtrare l'accecante luce del sole.
L'improvvisa scomparsa del calore mi fece cominciare a tremare in modo pazzesco. Le mie gambe, che erano intorpidite, e non gelate, ripresero vita.
La vista mi si snebbiò. Nella luce splendente di un mondo coperto di neve, fermo a guardarmi con solennità, c'era la grigia, massiccia, sbadigliante figura di un lupo.
Ci fissammo, e continuammo ad osservarci mentre io mi alzavo tremando dalla mia prigione.
La temperatura esterna era scesa più in basso di quanto avevo sentito fino a quel momento. Sulla neve c'era una crosta gelata, e il respiro quasi si solidificava uscendo in sbuffi dalla bocca e dalle narici.
Il lupo avanzò lentamente verso di me e si fermò al mio fianco.
«Credo che tu mi abbia salvato la vita,» dissi. Affondai le mani gelate nel tepore del mantello dell'animale. Il lupo mi guardò, in attesa. «D'accordo,» dissi debolmente.
Mi avvolsi nei pochi vestiti, e mi diressi verso il villaggio, col lupo che seguiva i miei passi.
Per le strade c'erano quasi due piedi di neve. La parte superiore dei veicoli abbandonati era praticamente invisibile. Le vetrine rotte dei negozi erano state coperte da una facciata assurdamente allegra di ghiaccio e neve.
Nel cielo azzurro il bagliore del sole che si rifletteva sulla superficie di ghiaccio era accecante. Esitai di fronte alla porta del panificio. Il lupo entrò davanti a me, e io lo seguii.
Nella dispensa recuperai le conserve e i sottaceto. Ero tormentato da una fame quasi irragionevole, e li aprii avidamente. Rovesciai sul pavimento un vaso di frutta per il lupo, che iniziò a leccarla quasi senza annusare. Io mangiai due vasi di conserva e una mezza dozzina di grossi sottaceto, prima di fare una pausa per riprendere fiato.
Nel negozio faceva freddo. Riempii il caminetto di legna, e mi fermai per un attimo, folgorato dal ricordo del mio ultimo atto compiuto con Reesa, caricare la stufa. Non guardai l'uscio che conduceva al piano superiore.
Accesi il fuoco e mi rannicchiai lì vicino. Il lupo mi imitò, raggomitolandosi accanto a me col dorso rivolto alle fiamme.
Quando il fuoco fu forte e vivace, scoprii di avere sonno, mi sdraiai sul nudo pavimento, vicino all'animale, e chiusi gli occhi.
Quando mi svegliai, il lupo si era arrotolato ancora più vicino a me; ci scaldavamo reciprocamente, e il gelo che avevo sentito era scomparso. Avevo la pancia piena a metà, e per la prima volta da giorni il mio cervello non era ottenebrato. Mi alzai, mi stiracchiai, e disposi un altro pasto di conserve e sottaceto per me e per il lupo.
«Dobbiamo trovare un altro luogo in cui vivere,» dissi. Ripresi il parka del panettiere, e lo infilai, e assieme al lupo andai ad esplorare il resto del villaggio.
Non trovammo un alloggio migliore del panificio finché non raggiungemmo la periferia del villaggio, dove scoprimmo un villino intatto. Era nascosto in una piazzetta e circondato da edifici a due piani, ed era perciò stato protetto dagli assalti degli scheletri e degli animali. Dovetti forzare la porta principale, e all'interno trovai un piccolo paradiso.
Sulla mensola del camino c'erano ancora fotografie impolverate e delicati ninnoli di porcellana. Su un tavolino riccamente intagliato, sotto una lampada, c'era una serie di bambole con lo scialle, in legno smaltato, contenute l'una nell'altra. Il mobilio era povero ma dall'aspetto resistente. Dietro c'era una camera con un letto enorme che doveva essere molto caldo, a giudicare dalla trapunta fatta a mano. In cucina c'era una dispensa stipata di generi alimentari non deperibili, un cesto con delle patate ancora utilizzabili, un acquaio, un tavolo grezzo, e due sedie. Non c'era il televisore, ma c'era una radio, le cui batterie si esaurirono non appena la accesi, non prima però che riuscissi a sentire una voce che parlava Russo.
Persino senza il fuoco acceso la casa sembrava calda, e una volta acceso il fuoco non c'era più nessun motivo di andarsene.
7
Il lupo ed io vivemmo così per i successivi cinque giorni. Il villaggio mi apparteneva. Sebbene evitassi il panificio, esplorai il resto dei negozi. Il lupo sembrava soddisfatto solo di poter stare con me, non chiedeva nulla, mangiava quando mangiavo io, dormiva quando dormivo io. Quando doveva fare i suoi bisogni se ne andava per il tempo necessario e poi tornava. Mi abituai ad accettare la sua presenza, proprio come lui aveva già accettato la mia.
Trovai alcuni attrezzi e abiti per l'inverno, e un fucile Kolashnikov per sostituire l'altro. C'era un sacco di munizioni. Trovammo tutto questo in un'abitazione che era stata da poco divorata a metà dal fuoco. Ovviamente era appartenuta a un ufficiale comunista del luogo oppure a uno che trafficava sul mercato nero. Probabilmente entrambi, oppure il trafficante commerciava anche in documenti governativi, per lo più noiosi proclami del Comitato Centrale, poiché ne trovammo in notevole quantità, in una cassetta chiusa a chiave in soffitta. Sempre in soffitta trovammo anche degli indumenti caldi, e un parka di ottima qualità un po' grande per me, che sostituì quello del panettiere, e una scorta di zucchero candito in stecche che era stata nascosta più accuratamente di tutto il resto.
Altri edifici fornirono interessanti articoli. Quasi tutte le case avevano una scorta segreta di cibo, la maggior parte del quale, purtroppo, deperibile. Ma ogni tanto saltava fuori qualcosa di utile. In un villino maltenuto trovai una tenda di buona qualità, un radiatore a butano con cinque bidoni di carica che funzionava anche come fornello, coperte da campo, e utensili. In un capanno sul retro di una casa c'era persino una slitta con gli attacchi per i cani. Diedi un'occhiata al mio compagno e dissi: «Se solo ce ne fossero altri come te.»
Lo sguardo da pari a pari che mi rivolse il lupo mi fece capire che se anche ce ne fosse stato un centinaio non avrebbe fatto nessuna differenza. Nessuno degli orgogliosi membri della sua specie avrebbe mai tirato una slitta.
Verso la fine della settimana trovai ciò per cui avevo tanto pregato, nascosto meglio di qualunque altra cosa in città. Sotto una tela incerata, in fondo a un capannone sul retro della casa dove avevo trovato gli utensili da campeggio c'era un veicolo a motore per la locomozione sulla neve, quasi nuovo.
Era evidente che era stato usato più per la rimozione della neve che per l'esplorazione. Con un po' di difficoltà riuscii a togliere l'aratro che gli era stato saldato davanti. Al secondo giro di chiavi si mise in moto. Aveva il serbatoio pieno a metà, e trovai due grandi fusti in fondo al capannone e tre bidoni da venti litri da riempire.
Sotto gli occhi mitemente interessati del lupo feci uscire il veicolo sulla neve e guidai su e giù per la strada del villaggio, contento di sentire il vento freddo sulla faccia.
8
Programmai di partire il giorno dopo. Il gatto delle nevi, carico di generi vari e alimentari, era fermo fuori in attesa che il viaggio cominciasse.
Quella sera nel villino, come avevo fatto ogni altra sera, mi sedetti in una comoda poltrona a provare la radio. Non ero riuscito a trovare altre batterie, ma ero riuscito ad afferrare alcuni brandelli di informazioni: che tutta la parte occidentale e centrale dell'Unione Sovietica era sotto il controllo degli scheletri, che ora si trovavano sotto il governo stabile di Nikita Khrushchev. Khrushchev aveva assolutamente proibito il partito comunista, ed era impegnato nella formazione di una repubblica di stati sovrani. Appresi anche che l'esercito sovietico stava facendo pressioni verso est, spingendo verso di me gli ultimi resti dell'umanità, che intanto veniva circondata, assottigliata, distrutta; che la maggior parte dell'Europa e tutte le Americhe si erano stabilizzate e stavano ottenendo un successo analogo nell'eliminare l'umanità. Le notizie erano dirette e senza scopi propagandistici, la qual cosa mi portò a credere che Khrushchev stava davvero facendo quello che diceva. Trovai decisamente strano che la pace mondiale alla quale mi ero dedicato stesse prendendo piede sotto la sponsorizzazione di una razza dedita alla distruzione dell'umanità.
Quella sera i miei venti secondi di notizie mi regalarono la conclusione di un notiziario e l'inizio di un programma di musica classica, che prometteva la Settima Sinfonia di Peter Ilich Tchaikovsky, eseguita dal vivo e con una nuovissima orchestrazione, da Sergey Rachmaninoff. Mentre la voce si spegneva assieme alle batterie, l'annunciatore auspicò la composizione di nuove opere di Brahms e Beethoven, e la possibilità della creazione di una nuova opera di Mozart; il giovane compositore stava completando il Requiem, che alla sua morte era stato portato a termine da quale un altro.
Poi le batterie si esaurirono.
Rimasi seduto in silenzio con la radio in grembo. Guardai il lupo, che mi fissava con quei suoi occhi ambrati tanto intelligenti.
«Questo mondo ha in sé una bellezza terribile,» dissi.
Il lupo mi fissava, impassibile.
«Mi viene in mente che ti serve un nome,» dissi. «Perché non ti chiamo Jack, come Jack London? Pensi che andrebbe bene?»
Il lupo sembrò gradirlo tanto quanto gradiva ogni cosa. Dopo avermi guardato spassionatamente, si girò, andò alla porta, e uscì.
Io lo seguii.
Mentre il lupo si liberava sul retro della casa io osservai il cielo illuminato da un quarto di luna. Le bianche distese attorno a me scintillavano come cristallo argenteo. L'aria era fredda e pulita.
Sentivo in me un male così puro e profondo che mi lasciai sfuggire un singhiozzo. Anelavo a sentire accanto a me Reesa, la parte che mi mancava, accoccolata contro di me, a guardare tutto ciò assieme a me. Volevo vederla sorridere a quello spettacolo. Volevo la sua felicità, volevo sentire la gioia che sentiva lei nel vedere quel mondo meraviglioso.
Lentamente mi avviai lungo la via principale verso il panificio.
Quando raggiunsi la porta del negozio il lupo era alcuni metri dietro di me, e il suo mantello splendeva argenteo alla luna.
«Torno subito,» dissi.
Entrai nel negozio e salii i gradini. Il lupo rimase indietro.
Quando aprii la porta, la stanza odorava ancora di chiuso e mal ventilato. La stufa a legna era fredda, e il tubo era puntato all'interno della stanza come un dito accusatore. Aveva fatto il suo lavoro.
Per un sorprendente attimo, mentre guardavo il letto, vidi la forma di Reesa, sdraiata, ma in realtà tutto ciò che c'era sulle lenzuola incrostate di sangue era polvere, la sua e quella del bambino.
Mi avvicinai al letto, feci un fagotto delle lenzuola, e le portai da basso con me.
Quando gli passai accanto, il lupo si mantenne a una discreta distanza, e mi seguì fino in cima a una collina che dominava gli spazi argentei e la città alle mie spalle.
Spiegai le lenzuola e lasciai che la polvere volasse via nella notte oscura, solitaria, bellissima.
«Questa notte appartiene a te, Reesa, e a nostro figlio,» dissi.
La polvere si levò nel vento leggero, si sparse, e si posò a terra. Se chiudevo gli occhi potevo vedere Reesa e mio figlio, argentei nella luce lunare, che mi sorridevano. Quando riaprii gli occhi, erano spariti, ma erano ancora nel mio cuore, e ci sarebbero sempre stati.
Improvvisamente mi sentii sgravato da una sorta di fardello. Per la prima volta mi accorsi che Reesa aveva avuto ragione. Tutte quelle maschere che avevo portato non erano state affatto maschere, ma vite. Io ero stato Jayavaram, e Ho Vei, e Mongkut, e Peter Sun, persino George Wong. Ero stato tutti loro, e tutti loro erano stati me. Io ero quello che ero, e non una serie di maschere teatrali. Se ero stato un patriota, e un sicario, uno studente e un attivista per la pace, e persino un assassino, quello era ciò che ero. Quei nomi erano tutti me stesso.
Per la prima volta nella mia vita sapevo chi ero.
«Io sono Kral Kishkin,» dissi alla notte, che adesso era Reesa e mio figlio. «Ecco chi sono. Non dimenticherò, e non mi tirerò indietro. Seguirò il cammino che si stende davanti a me, e vi ricorderò sempre, e sempre ricorderò chi sono. Tu mi hai donato questo. Tu mi hai donato me stesso.»
Improvvisamente, così chiara che dovetti chiudere gli occhi, sorse di fronte a me la visione della ragazza dalla carnagione color caffè, che veniva a me attraverso un campo. Mi chiamava con un cenno, a est, e apriva la bocca per parlare...
E poi la visione scomparve.
Attorno a me la notte d'argento era perfetta e silenziosa. Jack mi venne accanto, e lasciò che affondassi la mano nella sua pelliccia.
«È tempo di andare,» dissi.
Scendemmo dalla collina e tornammo al villino alla periferia del villaggio, e in quel momento, nella fredda notte d'argento, col lupo di nome Jack arrotolato e assopito sul sedile dietro a me, misi in moto il gatto delle nevi e mi lasciai quel luogo alle spalle, e mi diressi a est.
CAPITOLO DODICESIMO
L'ASSOLUTAMENTE MISERABILE ESISTENZA
DI ROGER GARBAGE
1
Il Grande fottuto Bianco Nord.
Voglio dire, sono stato in posti migliori. Tutti gli altri, ad essere sincero. La foresta è qualcosa che si guarda, e in cui si piscia prima di tornare nel mondo reale. Voglio dire, mi sta benissimo di salvare le regioni selvagge. Perché no? Non servono a nient'altro, giusto? Mi ricordo una canzone dei Vomits alla quale abbiamo lavorato per un certo periodo, che faceva più o meno così:
Roba verde, verde,
Ci si perde, perde,
Roba verde, verde,
Buona l'erba, l'erba,
Roba verde, verde...
D'accordo, non potevo pretendere una natura da Club Mediterrané, ma all'inferno. E a proposito di inferno, non è poi tanto male visto che Bobbie caro è stato tanto intelligente da portarsi dietro lo studio mobile. Da quando mi sono riagganciato ai Vomits per strada, siamo riusciti a mettere assieme qualche pezzo, mentre non ci nascondevamo tra gli alberi o ci tuffavamo al riparo per evitare il mitragliamento a bassa quota degli elicotteri Apache.
Voglio dire, Bobbie dev'essersi cacciato in una brutta merda, giù in California. Non vuole parlarne, veramente non parla più di niente. Quell'uomo è pallido, anche per essere uno scheletro.
Voglio dire, un giorno siamo qui, parcheggiati nella fottuta Grande Foresta Nonsocosa, un posto proprio da "Twin Peaks", l'estate sta finendo, merda d'orso alla mia sinistra, merda d'orso alla mia destra, alti alberi, aria pura che ti fa venire voglia di fumarti una stecca di sigarette tanto per bilanciare le cose, e io sono nello studio con Randy Pants e Brutus Johnson, e per la prima volta da quando la carovana ha lasciato la California stiamo facendo qualcosa di buono, ed ecco che l'Apache sfreccia rombando come un aereo acrobatico del cinema, e via con i proiettili, e il vecchio Randy se ne becca uno proprio nel collo, attraverso la fiancata dello studio mobile, mentre ha la bocca aperta e sta lanciando quel suo bellissimo do acuto.
E... puff,quel bastardo diventa polvere e non c'è più.
Io e Brutus smettiamo di fare quello che stiamo facendo e guardiamo la sedia da campeggio dov'era seduto Randy, e adesso c'è seduto solo un mucchietto di polvere, e non canta nessun do acuto.
«Dagli una pulita, ti dispiace?» dice Brutus tuffandosi sotto il tavolino pieghevole con il registratore a due piste. E che sia dannato se una bella sfilza di proiettili non scoppietta nella parete dello studio proprio in quel momento, tat-tat-tat-tat,e esce dall'altra parte, lasciando due file di buchi alla stessa altezza.
«C'è posto là sotto, Brute?» dico, ma mi caccia via. Comunque è piuttosto malconcio, ma lo è dall'inizio della Grande Carovana. In realtà lo sono tutti, l'intero gruppo di skel che si sono radunati a nord della California per questo Strano Viaggio verso la Libertà. Jimmy Klemp, l'illustre batterista dei Vomits, ci ha azzeccato quando ha detto, «Stiamo scappando per la nostra fottuta seconda vita, amico.»
Randy Pants è sparito, non c'è più.
Sento l'Apache che fa una curva a gomito, e poi ci mitraglia passandoci sopra per la terza volta. Fuori c'è un sacco di urla e strilli, e piccoli rumori, pffft,come quelli che fanno gli skel quando vanno in polvere.
«Fai scivolare verso di me quell'erba, ti dispiace?» dice Brutus calmissimo, indicando il sacchettino di marijuana allo scoperto in mezzo al pavimento che è un pollice più vicino a me.
«Fottiti,» dico io, e lui fa il broncio. D'un tratto il suo broncio diventa un ululato.
«La mia chitarra!»
La sua Stratocaster è tranquillamente appoggiata alla parete del camper studio, ed ecco che il quarto giro di rondelle dall'elicottero si infila nella parete sei pollici alla sua sinistra, le attraversa dritto il collo, e finisce sei pollici alla sua destra.
Tutti e due vediamo il collo che vacilla, e poi cade in avanti, rimbalzando appeso alle corde ancora attaccate.
«Brutte notizie,» dico, scivolando fuori quel tanto da riuscire a tirare l'erba verso di me.
«Ohhhhhhhhhhhhhhhh!» si lamenta Brutus.
Per un istante sento il suo dolore, perché con quella chitarra ci si sarebbero potuti fare i soldi.
«Hey, amico, c'è sempre la Fender.»
«La Fender!»Sbuffa per il disgusto.
Ma un momento dopo la Fender non c'è più, perché il quinto giro dell'Apache passa profondo e basso, proprio sopra le nostre zucche, e disegna una scacchiera nella custodia della riserva di Brutus, quella che usa quando vuole sembrare davvero sdolcinato o fare il tipo avventuroso.
Sento il boing-boing delle corde che saltano, e so che non è rimasto molto.
«Cosa diavolo faccio adesso?» geme Brutus.
«Hey, non preoccuparti, ne troveremo un'altra. Il Canada è pieno di negozi di chitarre. Forse anche l'Alaska. Hey,» dico facendo schioccare le dita ma restando sempre appiccicato al pavimento del camper, «Big Moe non si è trasferito ad Anchorage dopo quella storia di droga nel settantatré?»
I suoi occhi si illuminano un poco. «Yeah...»